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Fascinazioni necrofile

Laura è una direttrice pubblicitaria bellissima e ambiziosa. Si lega al ricco e anziano Lydecker, giornalista snob dalla lingua velenosa, che ne diventa mentore e la introduce al bel mondo. Raggiunto il successo, Laura cede alle avances di un playboy, il giovane Carpenter, ma viene trovata assassinata nel suo appartamento poco dopo l’annuncio delle nozze. Osservando il ritratto della defunta, anche il detective McPherson si innamora di lei. Ma Laura non è morta: il corpo della donna uccisa col volto sfigurato appartiene ad una modella e Laura diventa la principale sospettata del delitto.

Uno dei noir più eleganti e sottili di tutti i tempi. La fotografia da Oscar, con gli interni opprimenti e gli esterni battuti da una pioggia costante, conferisce al film un’atmosfera morbosa e malinconica, mentre la geometrica costruzione narrativa con continue rivelazioni, falsi tracciati e nuovi sospetti crea un senso di vertiginosa incertezza.

All’inizio del film è Waldo Lydecker ad imporsi come principale autorità narrativa: Laura è già morta e il vecchio dandy, interrogato dal detective, ricostruisce in flashback la storia del suo rapporto con la defunta. Amante possessivo, Lydecker è inadeguato a soddisfare le esigenze sessuali della donna, né può competere con i suoi atletici spasimanti se non con le armi di una perfida ironia. Questo fa di lui un narratore infido e parziale.

Il punto di vista si sposta quindi al detective, ma anche in questo caso la prospettiva è tutt’altro che salda. Rimasto solo nell’appartamento della defunta, McPherson è così ossessionato dall’immagine della donna che si addormenta di fronte al suo ritratto. La fascinazione necrofila del protagonista si intreccia al motivo del sogno, ed è il desiderio del detective a far tornare in vita Laura nella scena successiva. Sogno o realtà? L’ingresso di Laura non è introdotto da dissolvenze o codici che evidenzino la natura onirica dell’immagine. Tuttavia la presenza femminile è conseguenza diretta dello sguardo maschile adorante: Laura è un fantasma, è il ritratto che prende vita, è l’eterno femminino generato dal desiderio maschile.

Perfetta incarnazione di inarrivabile sensualità come Rita Hayworth in “Gilda”, Gene Tierney non è una vera dark lady. Nondimeno è una sirena inafferrabile e distante, inquadrata, vestita e soffusa di un’aura divina. Celebre la scena dell’interrogatorio, con il faro puntato sul suo volto glaciale ed impenetrabile, una delle immagini emblema del noir e del suo tema narrativo fondante: l’indagine dell’uomo sul mistero femminile.

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