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Il cuore pulsante della techno

Un documentario su uno dei più famosi DJ di house, techno e minimal del mondo presentato a Venezia è una scelta coraggiosa, fin troppo forse per il regista Romuald Karmakar: un festival come quello di Berlino (città adottiva del protagonista, Ricardo Villalobos, nato nel 1970 a Santiago del Cile) avrebbe accolto il film trionfalmente, ma il Lido è territorio ostile.

Peccato che pochi spettatori, in maggioranza già conoscitori di Villalobos nelle discoteche d’Europa, abbiano apprezzato questo lavoro: un bel documentario, sorta di biopic, in cui ci si affaccia al mondo della musica techno e al processo creativo di questo artista. Scopriamo lo studio di Villalobos, groviglio di cavi, led, sintetizzatori e altoparlanti: veniamo a sapere che i tecnici del suono negli anni ’60 e ’70 riuscivano a garantire una qualità sonora oggi scomparsa, capiamo perché il vinile è insostituibile per un DJ nel preparare il proprio set e come questa professione sia ben più complessa delle apparenze. Non soltanto: der Ricardo (così è conosciuto a Berlino) è appassionato di musica classica, e sta lavorando ad un progetto della “Deutsche Grammophon”, in cui remixa dei pezzi diretti da Karajan alla Philharmonie di Berlino.

Villalobos spiega che l’assunzione di droghe è direttamente da collegarsi ad una sorta di frustrazione sessuale, e che i “nostri” genitori erano più disinibiti di noi. A intervallare il dialogo fra il regista e il DJ sono lunghe sequenze in cui vediamo Villalobos “al lavoro”, dal “Sonar Festival” al mitico “Panorama Bar” di Berlino: con questi contributi il documentario è completo, anche se probabilmente troppo lungo, e se proiettato in discoteca sarebbe perfetto. Un recente libro, per ora solo in tedesco, ci racconta la nightlife berlinese, la techno e naturalmente Ricardo, “Berlin, Techno und der Easyjetset”.

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