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I limiti dell’amore

Siamo nella Sicilia del 1860 e Sara (Isabella Ragonesi) e Angela (Valeria Solarino) si innamorano. Folle scelta o naturale casualità, sia per il periodo storico che per l’humus sociale e culturale in cui nasce e si consuma la loro storia. Difficile sopravvivere allo scandalo della propria omosessualità in un contesto sociale profondamente maschilista, radicalmente legato alla tradizione e alla religione, fuorviato dal pettegolezzo e dall’opinabile buon costume.
Si insinuano le malelingue, la subdola ipocrisia e a tutti costi si cede all’idea perversa del peccato contro natura da cui anche la creatura più forte, sensibile e battagliera viene annichilita.
Ecco quindi che, per salvaguardare la propria libertà in nome di un amore puro e sano, Angela, sotto consiglio della madre e la complicità del curato che a sua volta deve espiare la colpa di un antico peccato, diventa Angelo cambiando nome e sesso. Si fa presto: coppola, sigaro in bocca e calzoni. La Chiesa chiude un occhio e la popolazione si rabbonisce. Resta il fatto però che è difficile sostenere una situazione al limite dell’immaginabile, si rischia di tradirsi rimanendo invischiati nelle proprie défaillances.

Bisogna dare il merito a Valeria Solarino di aver interpretato in modo molto convincente Angela/o mantenendo per tutta la narrazione un sorriso malizioso e ammiccante che evoca pensieri tutt’altro che pudichi. Grazie al suo fisico androgino ha saputo vestire i panni maschili con eleganza e nonchalance senza mai sfiorare il grottesco.
Sicuramente alla regista Donatella Maiorca va il plauso di aver affrontato un tema così pruriginoso, ancora oggi, come l’omosessualità al femminile, di cui si parla troppo poco, ma si è rivelata un’opportunità purtroppo sprecata in una narrazione il cui sviluppo si intuisce già dai primi fotogrammi e che perde corpo nel suo sviluppo.

“Viola Di Mare” è un drammone che contempla la tragedia nella tragedia, costruita a forza su colpi di scena inverosimili che hanno del paradossale e rischiano di scadere nel ridicolo. Il tutto esasperato da scene di sesso troppo lunghe ed esplicite e da una sceneggiatura molto debole e prevedibile, inframmezzata da un dialetto siciliano che vorrebbe essere un valore aggiunto alla veracità del racconto e che si rivela, invece, uno dei suoi limiti.

OneLouder

Scene saffiche che hanno il sapore di un soft porno tutto al femminile… imbarazzante per le donne, un po’ meno per i maschietti!!

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Contro

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