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La felicità dell’uomo qualunque

Un grintoso e smaliziato parroco di paese alle prese con i vertici dei locali partiti di sinistra, la ricerca da parte di entrambe le parti, di consenso e, in ultima analisi, di un quieto vivere, commisurato al benessere umile e discreto della piccola comunità. “Don Camillo”? Quasi, perché pur non accreditato, l’autore del soggetto di questo “Vogliamoci Bene!” fu proprio Giovannino Guareschi, padre del parroco più famoso della cinematografia italiana. L’intento descrittivo rimane sostanzialmente lo stesso, rispetto alla nota saga: offrire uno spaccato dell’Italia cui sia sotteso un discorso critico attorno ai costumi, alle inclinazioni del popolo del Belpaese nel periodo post-bellico. Il didascalismo, si evince dallo stesso titolo, è tratto presente in modo vivo e concreto, e l’analisi della piccola umanità delineata, in un intreccio costruito su contese e fatti minuti, è portata avanti con lo strumento del senso comune, con la lente di tradizioni e pragmatismo, in un percorso che vuole smascherare la fallacia di ogni fazione, ma si rifugia in una proposta consolatoria. C’è sagacia, nello sguardo offerto dal regista Paolo W. Tamburella, ma c’è anche molta ingenuità, e ancor più qualunquismo, al punto che la pellicola, specchio curioso e un po’ superficiale dei tempi andati anche su un piano storico (interessante, per esempio, soffermarsi su modi di dire desueti), finisce quasi per intenerire, più che intrigare o arricchire.
“Un film cui dare uno sguardo compassionevole”, lo definisce Goffredo Fofi, introducendolo al pubblico del festival “Il Cinema Ritrovato”.
Senza dubbio un documento artisticamente secondario, ma enciclopedicamente gustoso, che va a inserirsi in un percorso di recupero e reinterpretazione della cinematografia legata a Guareschi: per questo “Vogliamoci Bene!” va considerato come un primissimo – largamente imperfetto – passo nella creazione di un’opera che si è inserita negli anni nel nostro DNA culturale.

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