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Quando la fantascienza divenne colorata

Cinque terrestri partono dagli Stati Uniti alla volta di Marte. Obiettivo: raccogliere informazioni sul pianeta e tornare alla base come testimoni di come l’uomo possa superare limiti che sembrano insuperabili. Ma qui, oltre a lande desolate e crateri, l’equipaggio si ritroverà alle prese con un gruppo di marziani, esseri umani in tutto e per tutto simili ai terrestri ma che vivono in città sotterranee e coltivano le proprie piante in serre protette. Insomma, l’inverosimile – scientificamente ed evolutivamente parlando – prende corpo nel primo thriller di fantascienza mai girato in Cinecolor, firmato da Lesley Selander, prolificissimo regista statunitense, attivo dagli anni Trenta agli anni Sessanta.

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Il film è sostanzialmente diviso in due parti. Una prima ambientata sulla Terra, e una seconda in cui ci si sposta su Marte. Se la prima appare come un elegante – e spesso profondo – film anni Cinquanta, classico in tutto e per tutto, nella seconda – complici gli effetti speciali, forse lodevoli per l’epoca ma comunque apertamente artefatti – le atmosfere si fanno meno austere. Detto questo, “Volo Su Marte” è un must per gli appassionati di fantascienza. E non si discute.

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