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Un robot che ci insegna l’amore

Ci sarà un giorno in cui la Terra sarà sommersa dai rifiuti e gli esseri umani se ne saranno andati in giro per le galassie a bordo di un’immensa navicella spaziale. E mentre i bipedi pensanti staranno disimparando, di generazione in generazione, una cultura millenaria, un piccolo robot, nel frattempo, starà ripulendo, lattina dopo lattina, la superficie di quello che un tempo era un pianeta vivibile.

È questo lo scenario di “Wall•E”, ultima impresa dello studio Pixar, che crea così un personaggio destinato a lasciare il segno. Si tratta infatti di una pellicola che, proseguendo la strada intrapresa con “Ratatouille”, lascia finalmente da parte le solite trovate simil-comiche dei film di animazione 3D degli ultimi tempi – “Shrek”, “Gli Incredibili”, “Madagascar” & Co. – per proporre, al contrario, atmosfere estremamente rarefatte, una trama classica e scevra di elementi inutili, e soprattutto riflessioni profonde, ma non per questo pesanti, sulle sorti del genere umano.
È Wall E ad emozionarsi, a preoccuparsi, a tenere addirittura un archivio con tutti i manufatti che scova tra i rifiuti. Ed è Wall•E ad innamorarsi, mentre gli uomini, lassù nello spazio, hanno ormai completamente smarrito la coscienza del proprio corpo e dei propri sentimenti.

A fargli compagnia troviamo una serie di personaggi anch’essi indimenticabili, tra cui una blatta, unico essere vivente rimasto sulla Terra, la robottina Eve, in realtà una sonda spaziale programmata per rintracciare tracce di attività fotosintetica, e la banda dei robot internati, veri e propri elementi da manicomio elettronico. Sono loro a prendere vita e a ricondurre il genere umano su una strada non solo non praticata, ma ormai del tutto dimenticata. E lo fanno con un silenzio che ormai noi abbiamo del tutto accantonato per lo stordimento dei jingle e della elevator music.

Non ci si può che dispiacere quando si comprende che i circa 90 minuti della pellicola stanno per concludersi. Ed ecco che i titoli di coda, sulle note di un brano originale di Peter Gabriel, regalano la classica ciliegina sulla torta: una formidabile sequenza animata che ripercorre stilisticamente, dall’arte egizia al post-impressionismo tutte le principali epoche della storia dell’arte.
Un film squisito insomma, troppo lento e troppo silenzioso per i bambini che si pensano siano il target cinematografico di oggi. Lo strepitoso successo ottenuto oltreoceano – unito a quello di un altro campione di incassi come “Ponyo” di Miyazaki – dimostra però una cosa: il cinema è un’arte popolare – quando è arte – che miete ancora grandissimi consensi, al di là di tutte le logiche commerciali più spicce e volgari.

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