Home > Recensioni > White Material

Ossesione d’Africa

Africa nera, da qualche parte. La guerra ha svuotato i paesi, armato i ragazzini e corrotto tutti. Maria Vial (la pallidissima Isabelle Huppert), erede di una piantagione di caffè, non ci sta, lei non se ne va, non ha paura di niente. Al punto da nascondere in casa un carismatico ribelle ferito detto Il Pugile (Issach de Bankolé) e da assoldare squadre di lavoratori anche solo per cinque giorni, per non perdere l’ultimo raccolto di caffè. Ma la guerra è più forte di una donna sola. La morte incombe anche sulla sua famiglia – e non lascia tregua.

Claire Denis si affida al ritmo danzante della camera e del montaggio per costruire una vicenda tanto terribile quanto simpatetica, tanto violenta quanto sensuale. La regista, cresciuta in vari paesi africani, filtra ritmi, colore e calore della civiltà nera attraverso una sensibilità finemente europea e bianca. La pellicola quasi si incendia al passaggio dei giovani ribelli dei quali non conosciamo mai le ragioni, il che ci impedisce di prendere posizione e ci fa affogare nel non senso, nel mistero, nell’ineluttabilità della violenza.

Ma si incendia anche di indignazione al passaggio di Manuel, il figlio di Maria: mentre la madre fa di tutto per sciogliere la propria identità di bianca nel mondo nero (afferma “I bianchi non meritano questa splendida terra”), il figlio sfrutta mollemente la propria condizione di privilegiato per poi soccombere alla follia quando la sua tremebonda vita è in pericolo. L’ignavia, sembra dire Claire Denis, è il vero male. Salvo rimescolare le carte morali, ancora una volta, con la sconvolgente e silenziosissima sequenza della strage per sgozzamento dei ragazzini armati. Questo è ciò che deve darci il cinema: momenti indimenticabili, ossessionanti. Claire Denis ci riesce fin troppo bene.

Scroll To Top