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Sion Sono a Venezia 70

Lo spettacolo di una truppa sgangherata di cinefili con le occhiaie e lo sguardo allucinato, che si esalta e si dimena per due ore durante la visione del film di Sion Sono, è un fenomeno abbastanza diffuso nell’ambiente festivaliero. Sarà perché il regista giapponese è ormai di culto, sarà perché il film è una figata, che ti sorprende e cambia apparentemente registro ogni quarto d’ora, sarà perché è un atto d’amore verso il cinema di un pazzoide geniale.

Why Don’t You Play in Hell?“, presentato al Lido nella sezione Orizzonti (che quest’anno ci sta riservando molte piacevoli sorprese), è un film completamente fuori controllo dove la storia è un pretesto per chi ama il cinema: guerra di yakuza, gingle pubblicitari che si piantano nel cervello e non ne escono più, sangue e katana, sexy girl spietate, un gruppo di adolescenti-caricature dei cartoni giapponesi che girano qualsiasi cosa in super 8 e si rivolgono al Dio del Cinema.

Sion Sono crea un mashup anche tecnico, alternando digitale e pellicola in 33mm, e il risultato è un film metafisico al quadrato: un gruppo di yakuza, capitanato dalla versione giapponese dei Goonies, gira un film per far contento il proprio capo e sua figlia.

Particolarità: il film consiste nello sbudellarsi per davvero in una spettacolare guerra di yakuza. E questo è il film nel film. Ma Sion Sono non si limita mica ad un cliché già visto: lui e la sua troupe si mettono in campo, e scoppia l’applauso.

Pro

Contro

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