Home > Recensioni > Wolverine – L’immortale

Il mutante allo sbando riscopre l’eroe in sé

La saga degli X-Men, ormai franchise di enorme successo e talvolta di qualità, si fa di nuovo strada nei cinema: “Wolverine –L’Immortale” è il seguito non solo del primo spin-off incentrato sull’eroe dagli artigli di adamantio, ma anche dell’intera saga finora conosciuta.

Ambientato infatti dopo gli eventi di “X-Men: The Last Stand” (2006), vede Logan/Wolverine (Hugh Jackman) tornare alla vita selvaggia, barba folta, capigliatura incolta, assalito dagli incubi di un passato con cui non vuole fare i conti. Ma non sa che un suo atto di eroismo ai tempi della Seconda Guerra Mondiale ha scatenato una catena di eventi che ora lo costringono ad affrontare i proprio demoni, in Giappone.

Fino a due anni fa il regista sarebbe dovuto essere Darren Aronofsky, poi sostituito da un calibro minore, James Mangold. Jackman, non soddisfatto del primo spin-off, stavolta ha voluto uno script che si focalizzasse solo sul suo adorato personaggio, senza altri mutanti.

OneLouder

L’intento di isolare Wolverine dagli altri X-men per approfondirne le potenzialità non è riuscito: lo hanno isolato e basta. Ma lui è un X-man, e la sua distanza dall’umanità si misura bene quando lo si vede reagire agli altri della sua specie. Invece eccoci ad ammirare continuamente le fattezze di uno statuario 45enne, tormentato dai ricordi, in fuga dal passato, che al solo sbirciare una bellissima donzella giapponese in pericolo, schiva e presumibilmente misteriosa, torna in sé. Dopo anni di sbando. Per fortuna ci sono i villains: Viper mette un po’ di pepe rendendo il Nostro vulnerabile, e l’altro Cattivone combatte contro il Nostro con un Robottone di adamantio. Già.

Pro

Contro

Scroll To Top