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Spietati. Anche in Giappone. A Venezia 70

L’operazione cinematografica più inaspettata dell’intero Festival di Venezia è sicuramente questo remake giapponese del mitico “Gli spietati” di Clint Eastwood, vincitore di 4 premi Oscar e rifiutato proprio dalla Mostra ai tempi con la Warner che, per protesta, ritirò tutti i suoi film presenti al Lido.

La vicenda è praticamente identica al capostipite, ma con alcune significative personalizzazioni del regista Lee Sang-il sia a livello visivo che di plot. Nel ruolo che fu di Clint troviamo Ken Watanabe, ormai affermatosi anche a Hollywood dopo le ultime collaborazioni con Nolan in “Batman Begins” e “Inception”.

Sulla vicenda ormai nota (una prostituta viene sfregiata da un cliente, le sue colleghe raccolgono i soldi per ricompensare l’assassino dello sfregiatore, tre pistoleri bisognosi di denaro raccolgono la sfida) s’innestano gli eventi storici dell’Ottocento nipponico, con la guerra civile tra Ainu e Wada, con la vittoria di quest’ultimi e la persecuzione brutale dei villaggi occupati dagli appartenenti alla fazione soccombente.

È proprio alla fazione Ainu che appartiene il ragazzo del terzetto di protagonisti, interpretato da un bravissimo Yuya Yagira, che rappresenta un evidente omaggio al Toshiro Mifune de “I sette samurai” per impetuosità, incoscienza e, soprattutto, make-up. È lui la novità vera di questo comunque ottimo rifacimento di uno dei miei cult personali.

L’uso della natura come fascinosa scenografia impressionista rende il film visivamente magnifico. Le spade in luogo delle pistole nei duelli rappresentano per noi occidentali uno straniamento plastico che funziona davvero. Inoltre due scene completamente nuove e un finale diverso rendono interessante anche la semplice fruizione dell’intreccio. Difficile però, nella scena del brutale pestaggio del bounty killer, dimenticare Gene Hackman, vincitore dell’Oscar per il ruolo.

Pro

Contro

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