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Zero Dark Thirty

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Dark Bigelow 30 (cum laude?)

Zero Dark Thirty” riprende lo scenario di “The Hurt Locker” e porta avanti la riflessione di Kathryn Bigelow e del suo sceneggiatore Mark Boal sulle possibilità del cinema. Se il film precedente era un formidabile esercizio stilistico sui meccanismi della suspence mascherato da film di guerra, “Zero Dark Thirty” è un docu-drama che fonde fiction e reportage giornalistico e ricostruisce in modo minuzioso la caccia ad Osama Bin Laden da parte di un team di agenti della Cia guidato dalla determinazione di una donna, Maya (Jessica Chastain).

Agli autori non interessa tanto l’azione in senso hollywoodiano ma il retroscena di indagini, analisi ed interrogatori che a partire dall’11 settembre 2001 hanno portato alla scoperta del rifugio di Bin Laden e alla sua uccisione nel maggio 2011.

The following motion picture is based on first hand accounts of actual events” sottolinea la didascalia d’apertura e per una volta il realismo non è solo un’idea astratta – o una pretesa – ma un obiettivo perfettamente centrato.

OneLouder

Importante, innovativo e coraggioso. Laddove il serial tv “Homeland” costruisce la tensione sull’intreccio fantapolitico e sulla complessa psicologia dei protagonisti, ” Zero Dark Thirty” resta saldamente ancorato ai fatti con un equilibrio e una lucidità ammirevoli, senza alcuna traccia di enfasi o retorica superomistica e senza concedere nulla alle convenzioni del thriller persino nella definizione dei personaggi.

La tensione cresce lentamente, con precisione chirurgica, fino alla sequenza finale: un pezzo da antologia che conferma la forma smagliante della Bigelow e il suo grande occhio per il cinema.
Infondate le accuse pro-torture mosse in America al film, che resta comunque controverso e lucidamente ambiguo dal punto di vista morale, e magistrale il close-up finale sul volto della meravigliosa Jessica Chastain.
Ferdinando Schiavone, 9/10

Un film lento, lunghissimo, a tesi e con personaggi monodimensionali: in “Zero Dark Thirty” il punto di vista che lo spettatore deve adottare è quello di Maya, chiamata sempre “la ragazza”, che entra nella CIA e che troverà il rifugio di Osama Bin Laden. Ci viene detto che è una dura, ma a inizio film sta in un angolo guardando orripilata il suo partner Dan torturare prigionieri di guerra. Poi, improvvisamente e senza ragione apparente, la metamorfosi: quando un detenuto le chiederà comprensione (“Il tuo partner è cattivo”) gli risponderà: “È una tua scelta”.

Da lì il racconto non cerca neanche più di presentare punti di vista diversi: Maya adotta la tecnica della tortura e inizia a fare la prepotente con i vertici della CIA quando scopre che il galoppino di Bin Laden vive in un compound a Lahore. Insomma, è una dura perché scrive con faccia arrabbiata su un vetro il numero di giorni che stanno passando senza una decisione ad intervenire da che il compound è stato trovato e perché si riferisce a se stessa come “the motherfucker” parlando a un ministro. Nel film non si parla mai di prendere Osama, ma di ucciderlo, e continuare a ripeterlo normalizza l’informazione. La musica è usata in modo epico, esagerato ed irritante, i personaggi non dubitano mai.

La scelta stilisticamente più strana e sciocca è quella di usare le inquadrature a finte luci a raggi infrarossi quando vi è l’irruzione nel compound. È un effetto videogioco che sdrammatizza la missione, ma non è neanche usato in maniera continua. A far ridere anche la soggettiva dei militari che entrano nel compound e cercando i vari uomini che vivono nella casa. L’ultimo uomo è Bin Laden. Il militare entra e dalla soggettiva sussurra premuroso “Osssssama?”.
Silvia Tozzi, 5/10

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Contro

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