Home > Recensioni > Zidane, Un Portrait Du Xxie Siècle
  • Zidane, Un Portrait Du Xxie Siècle

    Diretto da Philippe Parreno, Douglas Gordon

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

Un uomo solo al comando

Madrid, sabato 23 Aprile 2005: Zinédine Zidane viene inseguito per tutta la partita da un équipe di tecnici diretti da Douglas Gordon (scozzese) e Philippe Parreno (algerino, non a caso). Un ritratto del ventunesimo secolo, lo chiamano gli autori, ma noi lo vediamo più che altro come l’opportunità di entrare nel mondo di un idolo e un artista di questi tempi, di osservarlo da vicino e di fantasticare su di esso.

In questo documentario assolutamente non convenzionale, Zidane viene svelato tramite inquadrature di ogni tipo, che vanno dal più microscopico dei dettagli al distante punto di vista del più remoto angolo dello stadio, nessun aspetto o attimo della sua serata può sfuggire alle telecamere e, solo grazie ad un lavoro così ammirevole e stupefacente, si riescono a percepire alcuni dei moti interni che animano il campione. Il quale costituisce un personaggio tra i più imperscrutabili: i suoi occhi delicati si nascondono in profonde fosse nere, le sua labbra si aprono raramente per parlare, le sue danze sul pallone sono relativamente rare nello spettro di novanta minuti. Il limite di questa singolare esperienza è proprio questo: l’estenuante assenza di azione.

Se ci si aspetta di assistere ad una partita di calcio, non si può essere più fuori strada: il soggetto viene scandagliato nel corso della sua giornata lavorativa, quello che gli accade attorno non interessa, se non nei risvolti che genera su di lui. Si percepiscono la sua fatica, la sua solitudine, le sue pause, i suoi scatti d’ira. Li abbiamo conosciuti molto bene, questi ultimi, ma questo ritratto è ben lontano da ipotizzarne l’origine, ci dà invece tutti i mezzi per interpretare il carattere e le sensazioni di una delle figure più discusse del calcio degli ultimi anni. Pur non essendo, il mondo e il gioco del calcio, affatto coinvolti in questa analisi, tanto che le sensazioni prevalenti sono l’intensità emotiva messa in gioco per penetrare la coltre che protegge l’interiorità del campione del mondo e la desolata solitudine che questa alimenta. Zidane appare un uomo solo, probabilmente incompreso e con un orgoglio incontrollabile.

Per enfatizzare questa caratterizzazione non si poteva scegliere musica migliore di quella dei Mogwai (scozzesi, non a caso), con il loro post-rock privo di parole e ricco di vuoti, o meglio di spazi rarefatti che accentuano l’intensità di ogni percezione, agevolando la nostra simbiosi con le vicende del protagonista.
Lo vorremmo per molti, ma in reatà non è affatto per tutti.

Scroll To Top