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    Red Harvest

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Neo-Industrial Aeons

Finalmente – e teoricamente – liberi dalle limitazioni portate dall’etichette precedenti, ammiccano i Red Harvest nell’attesa del venturo lavoro, in seno all’Indie Recordings, che si spera sarà foriera di orizzonti più sereni. Red Harvest da sempre campioni di un modo di fare musica che risente tanto dell’implicazione tecnologica quanto di quella più istintuale, relativa all’approccio brutalmente di rottura del gruppo. Rottura che in realtà non pare davvero come tale, in quanto i Nostri, nonostante l’effettiva, travolgente, perizia nel portare il proprio assalto sonoro, mancano in parte della capacità di dislocarsi rispetto ai loro modelli di musica e di pensiero. Tornano, dicevamo, con un disco appendice della dimensione passata e trasversalmente presente, con remix (non solo nel senso di un cambiamento stilistico, ma anche rispetto alla qualità dei suoni in sé), “scarti” di lavorazione e simili (sarebbe qualcosa più che interessante disporre di una lista dettagliata del dove, del come, del chi, del quando per ogni singola traccia).

A ogni modo, l’apertura di “The Red Line Archives” è affidata a quel capolavoro che è “Move Or Be Moved”, vera e propria composizione in tre movimenti di una violenza auditiva e concettuale da illuminazione e frattura insanabile; l’applicazione di una ferocia inaudita portata avanti con forma mentis death industrial/electronics su moduli Neurosis e modern thrash. Anche “Technocrate” si marca per l’incedere sostanzialmente black metal, in un crescendo irresistibile di brutalità che si fa sempre più cadenzata e accompagnata da un muro di rumore inamovibile, pronto a cedere il passo solo in parte all’ascesa tramite i synth. Nella sua fondamentale reiterazione la canzone sembra quasi andare a parare dalle parti dei minimalisti o verso certe ricerche sulla tonalità che trovano terreno molto fertile anche in campo più propriamente heavy.
[PAGEBREAK] In altri frangenti, al contrario, emergono i fantasmi dei Ministry, di certa EBM di stampo potente e diretto – a tratti anche à la Cubanate – e in generale di un sistema di riferimento più diretto che inficia la produzione verso il lido del già ascoltato. Nonostante tutto, il materiale più recente fa decisamente ben sperare per il futuro, confidando che il gruppo esca definitivamente di testa e voglia puntare su salti evolutivi più imponenti e sulla sperimentazione più pura senza rinunciare all’aggressività. I Red Harvest, beninteso, rimangono con la loro anima di metallo, nei momenti migliori macchiata dalla visione thrash, da punte black metal e death/doom come concepito dai Neurosis o dai Breach. Nelle punte più basse, invece, sembra di ascoltare un gruppo di slow goth metal che vuole convincersi di essere lucido nella proposta e tirato nell’andamento. Speriamo che il prossimo full length ufficiale riesca a imporsi come definitivo capolavoro e non come una potenziale delusione.

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