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Refn rallenta il passo

Nicolas Winding Refn è un regista molto attento alla costruzione dell’immagine, all’uso dei colori, a un certo barocchismo della messa in scena. “Only God Forgives” trasferisce a Bangkok i rossi e blu fluo del film precedente adoperati per dipingere una storia di vendetta che sfuma quasi subito in un astrattismo e simbolismo ridondanti. Il tema – svisceratissimo dal cinema postmoderno – è infatti usato solo come orpello per una serie di riflessioni sulla violenza, sull’amore e la giustizia che il più delle volte hanno i piedi d’argilla.

La storia dura novanta minuti e buona metà i personaggi la impiegano a camminare, in rigoroso slow motion, filmati da carrelli laterali. “Only God Forgives” insiste sulla propria grammatica, fino a inaridire il proprio tessuto tematico e artistico. Refn si innamora del proprio modo di girare vanificando le sue indubbie qualità di metteur en scene.

La hybris artistica incontrollata e autistica, votata a un formalismo senza ritorno non racconta nulla e quando racconta qualcosa lo infarcisce di metafore insopportabili perché troppo insistite o perché troppo telefonate. Al primo gruppo appartiene tutta l’ossessione dei primi piani per le mani di Ryan Gosling, facile sineddoche della violenza che permea la famiglia e questo mondo; all’altro va ascritto tutto il milieu edipico che affonda le sue radici nella tragedia classica, il cui centro d’irradiazione è soprattutto il personaggio (e il corpo) di Kristin Scott Thomas. L’attrice britannica è uno dei pochi veri gioielli del film, nel ruolo per lei inedito di madre una volitiva e spietata, una moderna Giocasta legata al figlio da un rapporto estremamente ambiguo.

Non si può dire lo stesso degli altri personaggi: a cominciare da un Gosling che ha la stessa espressione per tutto il film e il massimo della caratterizzazione del suo personaggio deriva dallo stringere i pugni. Lo stesso vale per il villain, che pure risulta in apparenza più approfondito. Ex poliziotto con una squadra di colleghi al suo soldo personale, con un ideale di giustizia affilato come la mezza spada che si porta appresso; uno che si tramuta in un carnefice anche più spietato dei criminali che vorrebbe combattere. Eppure, nonostante una sequenza di tortura che resta davvero impressa nel cervello dello spettatore, il personaggio alla fine risulta poco definito, privo di chiaroscuri, monolitico tanto quanto Julian/Gosling.

Una rappresentazione derivante dall’eterogeneo quadro di riferimento del cinefilo Refn, che stavolta libera la sua passione per i sottogeneri attaccandosi anche ai modelli asiatici, sia all’exploitation che ai silenzi rarefatti del cinema d’autore, fondendoli con le suggestioni surrealiste di Bunuel e Lynch (apertamente citato con i carrelli che scorrono lungo corridoi illuminati di colori saturi), legati insieme da un montaggio rapsodico che tende collegamenti al di là di tempo e spazio. Il risultato, però, non soddisfa del tutto, lasciando la pellicola in un’interzona tra l’installazione artistica e il formalismo coloristico, così anche le scelte ardite della regia e la cura maniacale di ogni inquadratura finiscono per lucidare la cornice di un quadro sbiadito.

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