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R&Fusion: Note dal fuoco

I R&Fusion hanno da poco esordito con “Dalla Terra Dei Fuochi”, disco dai testi impegnati accompagnati da una miscela di musica classica e pop, a cui si aggiunge tanto jazz. La band partenopea fa della sperimentazione e della fusione, sia dei generi sia di diversi tipi d’arte, la sua bandiera, ma allo stesso modo non rinuncia a dire la sua sulle problematiche più attuali, ma lasciamo che siano loro stessi a raccontarcelo!

Come si sono formati i R&Fusion?
Gli R&Fusion nascono nel basso ventre del conservatorio di Napoli S. Pietro a Majella, dall’ incontro di Emanuele Ammendola (contrabbassista cantante) con Marco Florenzano (pianoforte) e Luca Di Sieno (voce, percussioni e chitarra). Dopo alcuni mesi di gestazione si aggiunge Pietro De Luca Bossa, valente batterista, che avendo intuito la potenzialità del progetto diventa volano fondamentale di quest’ ultimo. A completare l’ensemble musicale è Paolo Pironti, eccellente sassofonista formatosi anche lui nel conservatorio di Napoli. In fine, ma non ultimo, il VJ Luigi Mosca il quale da un volto con le sue immagini alla nostra musica, estendendo così il concetto di “ricerca & fusione” anche alle altre arti, negli R&Fusion l’arte visiva e quella musicale si ispirano reciprocamente.

La vostra musica vede il jazz già mischiato col pop aprirsi a improvvisi inserti, come la musica classica di Bach in “150 Anni”, come nascono queste contaminazioni?
Queste contaminazioni sono intrinseche al nome del progetto. “Ricerca & fusione” è infatti un concetto di ibrido che nasce dalla voglia di andare a curiosare nelle più svariate forme della dialettica musicale e linguistica. Le contaminazioni sono il semplice mescolare il bagaglio musicale che ha ognuno di noi. Lo spirito è quello del “non purista”, noi approcciamo a qualsiasi genere musicale senza mai farlo come lo farebbe chi esegue solo quel tipo di musica. Per noi la musica è uno strumento, un gioco, utilizzato per confrontarci con le nostre più intime emozioni e suggestioni.

C’è un brano del disco a cui vi sentite particolarmente legati?

È veramente molto difficile poter fare una selezione, ognuno di questi brani è per noi speciale. Tutto il disco è per me come un unico brano, una suite. Se dovessi scegliere sicuramente direi la rabbia di “Aveto E Forte”, brano con il quale tutto ha avuto inizio.

Più difficile scrivere i testi o le musiche?
La musica viene fuori come un gioco, in modo diretto e semplice. Forse perché prima di tutto siamo musicisti. Molto spesso poi è la musica a dettarmi le parole.

Un palco su cui vi piacerebbe salire e un artista con cui vorreste collaborare?

Una cornice da sogno sarebbe quella dello stadio S. Paolo di Napoli. Per quanto riguarda l’artista ci sarebbe una lista immensa di nomi da fare visto la forte eterogeneità musicale di cui ci nutriamo, ad esempio: Bob Mc Ferrin, Richard Bona, Pink Floyd, Herbie Hancock, Milton Nascimento, Radiohead, Sting, Enzo Avitabile, Pino Daniele, Battiato, Ivan Segreto ma anche l’orchestra sinfonica dei Berliner o un’orchestra sinfonica in generale e molti molti altri.

Il napoletano ha avuto un ruolo centrale nella storia della musica italiana, e non solo, eppure oggi sembra che molti evitino di cantare in dialetto. A vostro parere da cosa dipende ciò? La scelta di cantare in dialetto può essere un fattore discriminante nell’esportazione della vostra musica al di fuori dei confini campani?
Se evitano di cantare in napoletano è forse perché lo considerano un dialetto. Per noi (e non solo) è una lingua, la nostra lingua, e non credo questo possa essere in alcun modo discriminante. Anzi, se ci pensi bene, nel mondo sono molto più conosciute le canzoni napoletane che italiane: un motivo ci sarà?!
La scelta esprime la volontà di ridare alla nostra terrà ciò che si merita: rispetto, dignità e prestigio.
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In “150 Anni” date una vostra visione dell’Unità d’Italia, volete spiegarcela?

“150 Anni” è un pezzo nato l’anno scorso quando la blasonata Unità d’Italia era alle porte. È forte il desiderio di esprimere il nostro distacco dalla retorica con cui questo tema viene da sempre affrontato e più che ma i in questo periodo. Si può considerare come una sorta di foto, di monito che racconta quale è stato il vero costo (in termini culturali e umani) che il sud Italia ha dovuto pagare. Senza improvvisarci storici ma con la voglia di raccontare il passato di un popolo che è annegato nell’informazione istituzionale di chi vinse. Semplicemente vogliamo dire che il nostro vero nonno è Carmine Crocco, capobrigante di un esercito del quale non si è salvato nessuno.

Il vostro disco d’esordio si intitola “Dalla Terra Dei Fuochi” facendo riferimento a un problema che ha attanagliato Napoli, in particolare nell’ultimo periodo. Come mai questa scelta?

La scelta viene da una serie di ragioni. In primis la voglia di tenere alto il focus sul problema dei roghi tossici, vero e proprio genocidio che si svolge QUOTIDIANAMENTE nella completa incuria di un “disattento” Stato centrale. Inoltre la terra dei fuochi è l’esatto perimetro nel quale sono nati tutti i membri del progetto: il grande fuoco del Vesuvio che da sempre influenza il carattere di questo popolo. In fine l’amara ironia dei fuochi d’artificio sparati in una terra dove c’è ben poco da festeggiare.

Nel disco denunciate anche l’egoismo come uno dei mali di questa società, in cui ognuno guarda solo il proprio ristretto orticello. Cosa c’è all’origine di questa situazione e quali soluzioni possibili ci sono a vostro parere?
Credo che sia insita nell’uomo, un suo tipico aspetto caratteriale che la classe dirigente della nostra epoca ha fortemente alimentato. Le soluzioni non sono in grado di poterle dare, ma sono convinto che se lo Stato mostrasse maggior interesse e desse un concreto supporto ad associazioni impegnate nel sociale e nel recupero di aree socialmente inquinate sarebbe un primo passo in avanti per curare l’indifferenza alla base di molti mali collettivi.

Nei vostri testi vengono affrontate diverse problematiche che attanagliano l’attuale società e avete anche partecipato a diversi eventi dando prova del vostro impegno civico. Quale credete sia il ruolo dell’artista nella società civile?
L’artista è da sempre colui che con la sua sensibilità riesce a percepire ciò che attanaglia la propria gente. Il suo ruolo potrebbe essere quello di alleviare con le proprie opere il dolore delle persone che in esse si rappresentano, senza mai tralasciare il compito della denuncia.

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