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Minnesota, 1990. L’ex alcolista John Gray (David Dencik) è accusato dalla figlia Angela (Emma Watson) di un crimine di cui non ha memoria. Lo psicologo Kenneth Raines (David Thewlis) viene chiamato per aiutarlo a ricordare tramite una terapia di regressione ipnotica, mentre il detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) indirizza le indagini verso una matrice di natura satanista.

La premessa di “Regression“, thriller psicologico con cui Alejandro Amenábar torna al cinema a sei anni da “Agorà”, arriva dalla cronaca: da un fenomeno di isteria collettiva generatosi negli Stati Uniti tra gli anni ’80-’90, noto come “abuso rituale satanico” (o “Satanic Panic”), a causa del quale si erano moltiplicate le denunce di violenze legate al  presunte congreghe di satanisti.

Si tratta, curiosamente, del secondo film dell’anno (insieme al deludente “Dark Places” di Gilles Paquet-Brenner, tratto da un romanzo di Gillian Flynn), che si propone di raccontare il fenomeno puntando l’attenzione sul tema della memoria.

Se, sulla carta, l’approccio di Amenábar alla tematica poteva sembrare interessante, nella pratica risulta essere il grande punto debole di un film costantemente in bilico tra i generi, che non riesce mai a trovare un’identità.

I cliché del thriller e del giallo sono mescolati a suggestioni ispirate a classici dal sottotesto demoniaco come “Rosemary’s Baby” (1968), “L’esorcista” (1973) o “The Sentinel” (1977), senza però che queste riescano in alcun modo a coinvolgere emotivamente lo spettatore, a causa di una soluzione del mistero facilmente prevedibile dal primo fotogramma (che, peraltro, banalizza un fenomeno complesso come quello del  panico da abusi satanici).

“Regression” fallisce anche nel timido tentativo di analisi delle responsabilità, lasciando la riflessione sui media – letteralmente – sullo sfondo e andando a lambire solo superficialmente il discorso su fede e religione.

Ethan Hawke dà, come sempre, una buona prova d’attore, cercando di rendere al meglio un personaggio stereotipato, mentre Emma Watson non riesce a risultare credibile nel difficile ruolo di Angela.

Quel poco di tensione che il film riesce a costruire, anche grazie al ritmo dilatato e sobrio d’altri tempi, viene spazzata via da un finale precipitoso ed estremamente didascalico.  Siamo davvero lontanissimi dalle eccellenti capacità di costruzione della suspense che aveva dimostrato con il magnifico “Tesis” (1996) e la sensazione, malgrado Amenábar sostenga essersi ispirato al cinema anni ’70, è di aver visto una versione meglio girata e recitata di uno di quei thriller direct-to-video degli anni ’90 che si possono vedere in tv nelle notti d’estate.

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Contro

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