Home > Recensioni > Renato Cantini: Neverwhere

Renato Cantini: Neverwhere

Correlati

Fantasmi sperimentali

Fin dall’incipit si percepisce che Renato Cantini conosce la materia musicale se non alla perfezione, piuttosto bene.

La sua versione dei fatti consiste in suoni distaccati dalla realtà, chitarre arpeggianti, ma soprattutto jazz che si tuffa negli sperimentalismi.
Non casualmente l’artista è un amante degli ottoni, i quali si fanno sentire perennemente aldilà dell’accompagnamento del pianoforte, delle basi elettroniche adibite a creare suspense e della batteria che sussurra ritmiche incalzanti, sebbene soffuse.

Il risultato è questo: nove composizioni totalmente strumentali, dai titoli a loro modo coerenti con lo spartito che rappresentano.
Il genere, invece, è un inspiegabile intruglio di influenze.

La completa mancanza della voce umana rende alquanto freddo un lavoro di per sé contenente un potenziale non di poco conto.
Con ciò non si vuole sminuire chi si dedica alla pura composizione musicale, bensì evidenziare che in qualche modo l’assenza delle corde vocali debba essere rimpiazzata.
Gadis Argaw (5/10)

Renato Cantini, forte di collaborazioni valide e di buone idee, ha costruito nove brani che sono nove coordinate geografiche precise e d’abito squisitamente diverso. Inganna il titolo del disco simile ad un treno che non ti porta da nessuna parte. Dietro alla sintesi elettronica e i fiati effettati infatti corrono le ascisse dell’intima ed efficace ricerca compiuta da musica e persone, e invece di finire in un nessun luogo d’asettico sintetico, si riesce perfino a respirare l’odore della terra. Anche quella di casa. Un disco di luoghi e di maschere plastificate che nascondono labbra sensibili, un disco che timidamente racconta la sua realtà, facendo passare attraverso il bocchino d’una tromba i venti i di un generico Est Ovunque, figlio l’immaginario (e l’elettronico) a celare l’intimità dei suoi paesi toscani.
Gionata Giardina (7/10)

Pro

Contro

Scroll To Top