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Renzo Martinelli va alla guerra

Che i film storici — quelli più popolari, almeno — siano costruiti su semplificazioni politiche e ideologiche non è una novità. Né sono rare le imprecisioni e la volontà di romanzare e insaporire gli eventi che si sceglie di portare sullo schermo. Se ci facessimo questi scrupoli non potremmo più divertirci nemmeno con gli scozzesi buoni e gli inglesi cattivi di “Braveheart” o con l’eroico Massimo Decimo Meridio de “Il gladiatore”.

Il problema di “11 settembre 1683“, ultima fatica di Renzo Martinelli, in sala dall’11 aprile con Microcinema, che rievoca l’assedio di Vienna da parte dell’esercito ottomano guidato dal gran visir Karà Mustafà (Enrico Lo Verso), non è insomma la forzata identificazione del ‘bene’ con la fede cristiana rappresentata dal cappuccino Marco d’Aviano (F. Murray Abraham) e non sono neanche i modi rozzi che la sceneggiatura — scritta dal regista con Valerio Massimo Manfredi — utilizza per dipingere lo scacchiere internazionale di fine ‘600 o le storture morali dei personaggi islamici contrapposte alla purezza di Marco, unico baluardo evangelico in un’Europa indifferente e corrotta. Del resto, questa visione schematica di un globo terrestre abitato solo da cristiani (cattolici) fiacchi e islamici troppo impertinenti, Martinelli la applica anche alla nostra società (basta guardare la scelta del titolo), convinto che il mondo cristiano debba recuperare «l’orgoglio della propria identità, che è fatta di libertà di pensiero, di parità tra uomo e donna. L’Islam fa leva sul senso di comunità e dà grande importanza alla preghiera collettiva mentre qui da noi chi va più in processione? Chi partecipa davvero alla messa?».

A rendere davvero indigeribili i 110 minuti di “11 settembre 1683″ sono soprattutto i fastidiosi colori fluorescenti degli sfondi («1400 inquadrature tutte trattate digitalmente in post-produzione», ci tiene a puntualizzare Martinelli), sono le angolazioni sghembe inflitte senza criterio alla macchina da presa e sono, infine, protagonisti e antagonisti scritti con sciatteria e recitati senza convinzione. Che Enrico Lo Verso e F. Murray Abraham abbiamo entrambi invidiato a Yorgo Voyagis il personaggio di Abu’l solo perché è l’unico a presentare una minima evoluzione — condotta però con grossolano didascalismo — la dice lunga su quanto la definizione dei personaggi sia poco stimolante. E se questo vale per gli attori, figuriamoci per i poveri spettatori ai quali resta solo il rimpianto per un’occasione mancata.

Perché le coproduzioni di questo tipo — qui è coinvolta la Polonia, dove il film è già uscito — con tutto quel che ne consegue in termini di denaro investito e cast internazionale, potrebbero e dovrebbero condurre a risultati ben più degni e presentabili sul mercato estero. Altrimenti vantarsi del fatto che già il precedente “Barbarossa” sia stato acquistato da un gran numero di paesi («il film più venduto al mondo», lo definisce addirittura Martinelli) ha davvero poco senso.

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