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Renzo Rubino: Dopo lungo vagabondare

La sezione giovani del festival di Sanremo è quest’anno impreziosita dalla partecipazione di Renzo Rubino, disinvolto e spiritoso pugliese di 24 anni. La canzone che porta sul palco dell’Ariston si intitola “Il Postino (Amami Uomo)” e – anche se l’artista non se ne capacita un granché – continua a suscitare interesse anche per il deciso piglio verso la tematica dell’omosessualità. Il tutto è affogato in un lago di sofisticatezza e pianoforte. Rubino incontra la stampa negli uffici dell’etichetta Warner a Milano, la più recente tappa del suo inquieto peregrinare per mezza Italia.

Ciao Renzo. Cosa ti aspetta ti possa lasciare Sanremo, dal punto di vista umano e professionale?
Non lo so. Per ora sono venuti fuori tanti amici e altrettanti nemici. Sto imparando a conoscere chi ho intorno: persone che prima mi volevano bene sono passate a presentare il conto, l’universo della musica non è tutto rosa e fiori. Devo stare attento a tutta una serie di cose e non ero abituato. Fossero anche solo le interviste.

Che idea hai di Sanremo?
Sanremo è un regalo, non un punto di partenza e neppure uno di arrivo. Il punto di partenza è quando sono venuto a Milano a far ascoltare le mie tre canzoni ad Andrea Rodini. A Sanremo voglio divertirmi. L’edizione del festival per cui mi sono più emozionato è stata quella condotta proprio da Fabio Fazio, quando vinsero gli Avion Travel (nel 2000, ndr). In festival come quello venivano fuori Subsonica, Samuele Bersani e artisti di simile livello.

Spiega un po’ il tema che hai voluto portare all’interno del singolo: un rapporto omosessuale tra uomini.
La gente dovrebbe chiedermi piuttosto: «Perché la figura del postino?». Perché è un lavoro che sta scomparendo, il postino è un po’ come il panda! Sul serio, è ovvio che si tratta di una storia d’amore straordinaria. Forse sono stato un po’ incosciente a sceglierla per Sanremo, ma penso che sia una bella canzone riguardo a una bella storia d’amore, senza nessun tipo di giudizio e conclusione. Parla di un tizio che lascia la mamma e il papà e va a fare il postino, un mestiere romantico che non c’è più. Quando ho presentato il brano, che è vecchio di un anno e mezzo, non ho visto nessuna reazione che poteva far polemizzare. Ma davvero stiamo ancora discutendo di una canzone sulla storia d’amore tra due uomini portata sul palco dell’Ariston? Costantino Della Gherardesca mi ha detto che sarebbe stato come portare Wagner in Israele. Ma no, siamo nel 2013, non vedo quale sia il problema: stiamo parlando di amore. L’amore è uno, non ce ne sono dieci.

Come è nata questa canzone?
Si tratta di una storia d’amore che mi è passata vicino, di una persona che ha lasciato casa, famiglia e lavoro per trasferirsi da un’altra parte e seguire il cuore. Ci sono persone che nella vita mettono prima il lavoro, altre la famiglia. In realtà il postino è solo un “mezzo” per poter vivere una vita felice con la persona che si ama.

Ti definisci un “cantamusicattore”. Ma ti senti più attore che cantante?
Forse sì, ma in fondo sono uno che racconta delle storie. Me ne sono capitate di tutti i colori nella vita, ma perché me le sono andate a cercare. Non volendo fare tv o reality, io e i miei amici ci siamo inventati una vita artistica. Persone queste che sono le stesse dell’album, in cui infatti c’è scritto «disco a conduzione familiare». Perciò abbiamo aperto un concerto di Al Bano senza che lui lo sapesse, ho convinto mio padre a darmi una piazza a un festival di strada da lui organizzato (ma celando la mia identità), abbiamo suonato in un night club di Fasano trecento giorni in un anno, con i clienti che all’inizio mal sopportavano che suonassimo mentre le signorine si spogliavano, poi si sono affezionati. All’inizio i miei genitori non volevano che mi incamminassi per questa strada, quindi ho venduto quel che potevo e sono andato a Ravenna. Lì un amico mi ha aiutato per il primo lavoro, “Farfavole”, e andavo tre volte la settimana a Milano per studiare musica. In quell’occasione ho incontrato Andrea Rodini – che dirigerà la mia orchestra – a cui ho fatto ascoltare “L’Amore D’Autunno” e lui si è commosso. A lezione gli ho poi portato nuove canzoni, fino a che ho ricevuto la proposta di lavorare insieme.

Quanto materiale hai scritto e quanta parte è finita nel nuovo disco, “Poppins”?
Era impossibile far stare tutte le canzoni nell’album, erano troppe. Ma era grande la voglia di fare un disco, che mostrasse chi sono e che mi piacciono sia Lady Gaga che Piero Ciampi. Tra le dodici tracce, due provengono dall’ep “Farfavole”: “Bignè” – che mi ha fatto conoscere agli addetti ai lavori – e “Milioni Di Scintille”, cover di Domenico Modugno.
[PAGEBREAK] Come ti poni di fronte ad Al Bano?
Ad Al Bano non gliene importa nulla, non ci siamo mai incrociati. Lui fa il vino e le olive e va a Sanremo quando ha voglia. Il suo promoter ci ha fatto aprire un concerto quella volta in cui ci siamo presentati di nostra iniziativa. Costui ci aveva promesso però che, dopo aver suonato, saremmo andati a cena tutti insieme. Non è successo. Ora che viene a Sanremo, Al Bano ci deve una cena!

La tua famiglia ora ti sostiene?
Ma sì. Da quando si sono resi conto che ce la facevo da solo, senza chiedere aiuto ai familiari, gli è andata bene. Adesso mio padre ha stampato ottocento manifesti di me e li ha appesi in giro per Martina Franca. Mia madre è impiegata a scuola e sembra una vip. Mi piace pensare che la faccenda di Sanremo abbia riempito la vita di tante persone che mi sono vicine, anche se si sono fatti vivi familiari che non avevo mai visto in vita mia. Un tizio mi ha scritto dicendosi discendente dal fratello del mio bisnonno!

Dove ti senti più a casa, dato che hai vissuto in diversi luoghi?
Già quand’ero piccolo c’era un letto per me nella casa di ogni familiare, una settimana dormivo di qua e quella dopo di là. Anche oggi sento la necessità di viaggiare. Martina Franca in Puglia è il mio posto del cuore, dove di certo tornerò. Ma non in questa fase, ho bisogno di andare in giro.

Ora che stai acquisendo una piccola notorietà, percepisci su di te l’influenza del “sistema” della musica pop?
Su di me non sta avendo influenza, io mi isolo nella mia stanzetta romana. Per quel che mi riguarda essere famosi è una cosa che non esiste, il successo si rivolge al passato, al “già successo”. Quello che mi importa è che delle persone ascoltino le mie canzoni. A 16 anni ero già in giro a fare concerti, ho sempre preferito poter raccontare le storie a quattr’occhi, stare a contatto con le persone, senza curarmi di quante fossero. Non sono nessuno, ora ho solo la fortuna di poter ampliare questo pubblico e, magari vivere di questo mestiere.

Che pensi dei ragazzi della tua età che sono costretti a reprimere i propri sogni?
L’altro giorno ero ospite al concerto di un mio amico, che ha 30 anni e prova a sfondare da tanto tempo e che per quanto mi riguarda ce la farà. Un mese fa io ero come lui. I ragazzi che si impegnano in questo modo devono continuare a farlo, perché se “sei” una certa cosa, con un po’ di sacrifici si può fare. Servono anche delle persone che ti aiutino, chiunque. Io sono qui perché i miei amici mi hanno sostenuto, perché alcuni hanno creduto in me. Ci sono delle difficoltà pazzesche in mezzo, ma si può fare.

Quanto tempo ha preso la scrittura del disco?
Il disco raccoglie anni di scrittura. Ci sono pezzi che hanno tre anni, altri un mese. Dopo aver saputo di Sanremo abbiamo avuto venti giorni per fare il master, tutto compreso. Ma non ho avuto grosse difficoltà perché i miei amici, i musicisti, mi hanno dato una grossa mano. In venti giorni abbiamo sintetizzato tre anni di scrittura di canzoni.

La band ti accompagnerà a Sanremo?
No, perché l’arrangiamento del “Postino” non lo prevede. Ma saranno comunque all’Ariston: sono “gli altri”, Renzo Rubino & Gli Altri, verranno con me durante le esibizioni dal vivo. Uno dei ragazzi è tra quelli con cui suonavo al night club, gli altri sono toscani.

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