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Resiste al tracollo aspettando il decollo

Era giusto il venti maggio scorso quando constatavamo il tanto atteso e mancato decollo di una delle stelle rivoluzionarie tra i social network/video sharing, YouTube. La piattaforma multimediale più famosa al mondo sembrava ormai intrappolata nel paradosso di una crescita continua di utenze contrapposta ad un blocco assoluto di entrate. La cosa non deve essere senz’altro piaciuta a Mountain View, soprattutto considerando che nel 2006 il colosso di Brin e Page ha sborsato 1,65 miliardi di dollari in azioni per accaparrarsi il gigante del broadcasting e, fino ad oggi, non ne ha ricavato un centesimo.

Cos’è cambiato quindi in due mesi? Per venire incontro alle esigenze di tutti, o quantomeno per non scontentare nessuno, sono stati raggiunti alcuni compromessi. Vista l’emorragia di liquidi in spese legali, per prima cosa sono stati rimossi tutti quei video considerati a “rischio causa”. Ovviamente non è detto che smettere di perdere soldi significhi automaticamente guadagnarne altri. Detto fatto, pubblicità e sponsor cominciano a comparire tra i video. E poi ancora, il progetto Vevo di cui abbiamo recentemente parlato, ossia lo spinoff musicale dalla piattaforma madre voluto dalla forte convergenza tra Universal e Sony. Ad essere maliziosi vien da pensare a questa come una risposta fisiologica alla rottura quasi certa con la Warner, una delle major con cui i capoccia del tubo hanno avuto più difficoltà.

Sì, la cura funziona o almeno così dicono. Non a caso infatti Google in un recente comunicato ha salutato con favore il cambio di rotta, registrando primi e importanti segnali di crescita. Dalle parti di Brin e Page continua però la latitanza di dati certi, cifre scritte nero su bianco a testimonianza di quanto detto, lasciando così intendere che il fantomatico decollo sia possibile ma ancora non dietro l’angolo.
Sicuri che il denaro sia il metro del successo/fallimento? Finché la fruizione resterà gratuita terremo la risposta per noi.

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