Home > In Evidenza > Retrospettiva Il Trono di Spade: quello che era, e il finale che non meritava

Retrospettiva Il Trono di Spade: quello che era, e il finale che non meritava

Correlati

Lo scorso 19 maggio si è definitivamente concluso Il Trono di Spade, lasciando migliaia di appassionati orfani di una delle opere che hanno cambiato definitivamente la percezione del pubblico nei confronti di quelli che un tempo erano semplici telefilm. Gli intrighi di Westeros ci hanno tenuti incollati allo schermo per quasi dieci anni, facendoci affezionare ai numerosi personaggi e piangere per la loro eventuale morte.

Quella de Il Trono di Spade non è solo una storia fantasy: è il racconto di un mondo quasi alternativo al nostro, in cui i suoi abitanti hanno i nostri stessi pregi e difetti. Non c’è mai stato lungo il corso della trama il classico eroe senza macchia tipico del genere di riferimento, e quanto più un personaggio si fosse avvicinato a questo cliché gli avvenimenti si sarebbero abbattuti su di lui come una scure (ne sa qualcosa Ned Stark). Non solo gli eroi positivi, tuttavia, subivano questa sorte: per la legge del contrappasso, a chi commetteva crimini atroci spettava una morte ancora peggiore (pensiamo alla tremenda, ma decisamente soddisfacente, morte di Joffrey). Quello creato da George R.R. Martin è un mondo spietato, cupo, in cui nessun personaggio, per quanto importante, si è mai potuto dire al sicuro.
Dalla prima stagione nel 2011 tutti ci chiedevamo chi sarebbe salito sull’Iron Throne, come si sarebbe risolta la lotta contro gli Estranei (temendo anche per il peggio) e se il nostro personaggio preferito avrebbe raggiunto indenne la fine della serie. Nonostante alti e bassi (già dal principio, a causa del basso budget, le scene d’azione e di battaglia non sono mai state eccelse, ripagate tuttavia da una sceneggiatura davvero avvincente), l’opera di HBO è riuscita a mantenere una qualità costante, almeno fino a quando ancora era sorretta dal lavoro letterario di Martin. Le prime quattro stagioni sono riuscite nell’intento di mantenere alto l’interesse dello spettatore, il quale restava avvinto davanti allo schermo in attesa di scoprire quel che sarebbe successo in seguito: la già citata morte di Ned Stark ci ha sconvolti tutti e ci ha fatto comprendere per la prima volta che anche chi sembrava “protagonista” della storia avrebbe potuto fare una brutta fine. Non parliamo poi delle Nozze Rosse, forse l’evento che più di tutti ha lasciato senza parole il pubblico.

A partire dalla quinta stagione, c’è stato un leggero calo, dovuto principalmente alla necessità di chiudere tutte le numerose sottotrame e soprattutto mantenere coerenti le caratterizzazioni dei personaggi: tutto sommato, però, nonostante l’indebolimento complessivo della trama, la serie ha continuato a regalarci dei momenti molto belli e intensi (come l’esplosione del Tempio di Baelor nella sesta stagione o la Battaglia dei Bastardi nella settima).
Il finale, tuttavia, ha scatenato una pioggia di commenti negativi da ogni parte: già a partire dai primi episodi dell’ottava stagione è stato possibile notare che gli autori avevano lasciato perdere ogni tipo di fedeltà nei confronti della lore di Westeros a favore di un maggior desiderio di sorprendere il pubblico, anche quando questa scelta ha poco senso: abbiamo quindi Arya Stark che uccide il Re della Notte, in barba a ogni profezia che parlava di Jon Snow come uomo predestinato a sconfiggere la minaccia degli Estranei. Abbiamo una Daenerys Targaryen che compie massacri atroci e diventa il nemico principale della serie, e lo fa in modo troppo repentino e con motivazioni assurde, quasi come se gli sceneggiatori avessero voluto accelerare un processo che avrebbe richiesto come minimo un’altra stagione per evolversi in modo coerente.
Proprio la puntata finale è simbolo di questa sorta di “accelerazione forzata” degli eventi: tutti gli avvenimenti importanti si svolgono in poco tempo e l’atteso confronto tra Jon e Daenerys occupa decisamente troppo pochi minuti. Non si capisce poi il motivo per cui alla fine il retaggio Targaryen non venga fatto presente da nessuno quando c’è da scegliere il nuovo re: Jon era e rimane il bastardo di Ned Stark, abbandonato al suo destino anche quando ha fatto la cosa giusta.
Il finale può piacere o non piacere: resta però un senso di incompiutezza e la sensazione che se si fosse impiegato un po’ più di tempo e di impegno nel mantenere la coerenza generale si sarebbe potuto fare di più. Molto di più.

 

di Lavinia D’Adamo

Scroll To Top