Home > Recensioni > Reverend Bizarre: III: So Long Suckers

La lenta marcia verso la fossa

La cosa più sensata sarebbe che in questa recensione ci fosse scritto solo “D O O O M”, con qualcosa come 50 “O”. Sul serio. Un gruppo che ha dedicato la sua esistenza, programmaticamente terminata con questo terzo lavoro, alla causa del più puro e sublime doom, senza porsi questioni di originalità e senza voler cambiare il mondo. Il “problema”, se così lo vogliamo definire, è che in questo modo Witchfinder e i suoi compagni di moviola hanno sfornato tre dischi epocali, per intensità, idee ed interpretazione. Un percorso che trova ora compimento ed apice in questo ultimo capitolo, un doppio album, due ore (abbondanti) di lenta pesantezza sfiancante, divisa in sette tracce di cui tre superano i 25 minuti di durata. Tra queste vi è l’opener “They Used Dark Forces/Teutonic Witch”, 29 minuti di cavalcata di classicissimo doom metal in cui i riff forgiati da Peter Vicar nel nome del baffo di Tony Iommi vengono ripetuti fino allo spasimo, con un Witchfinder cantante in forma come non mai ed una sezione ritmica che per una volta non è eufemismo definire “un macigno rotolante” (lentamente, s’intende).
Colpisce in un certo senso l’immediatezza dei pezzi: bastano poche note per far si che il brano entri in circolo e si faccia strada (mooooooolto) lentamente nell’ascoltatore. Da questo punto di vista esemplari sono pezzi come “Funeral Summer” (titolo da enciclopedia) o “Caesar Forever”, mastodonti sabbathiani da manuale del doom, evocativi ed epici monumenti polverosi.
Diverso invece il discorso per altri pezzi che stupiscono per una vena romantica e decadente più evidente che in passato, toccanti e spossanti nella loro desolazione. Emblema di questo, e volendo anche del disco intero, è la magnifica conclusione ad opera di “Anywhere Out Of This World” che si apre con quattro minuti di arpeggi di basso toccanti ed intensi per poi svilupparsi in una sorta di doom-suite, con continui giochi di crescendo e diminuendo, senza mai far calare la tensione drammatica che l’attraversa.
Ancora una volta, l’ultima, il miracolo è compiuto ed è il più clamoroso fra i tre che i Reverend Bizzarre ci hanno donato. Non è certo un disco per tutti ma potrebbe affascinare anche chi non è familiare con questo tipo di sonorità. Se vivete di pane (raffermo) e doom non fatevi problemi ad aggiungere il punto mancante al voto.

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