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  • Rhapsody: Power Of The Dragonflame

    Rhapsody

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Una raffica di cartucce a salve

“Power Of The Dragonflame” porta con sé le scorie delle deviazioni introdotte da “Rain Of A Thousand Flames” e su queste tenta di innestare arbusti dalla provenienza più disparata, non riuscendo comunque a far germogliare l’ibrido al quale i Rhapsody hanno dedicato alcuni anni, vedendosi costretti quindi a tornare sui propri passi per dar vita al più classico dei ritorni in grande stile con “Symphony Of Enchanted Lands II”.
“Power Of The Dragonflame” è dunque l’ultimo tentativo di andare oltre il cliché a tutti i costi e l’autocitazione, le uniche monete che finora hanno ben pagato la band triestina, ma fallisce proprio nel rapporto tra quantità e profondità delle incisioni apportate sul substrato del classico hollywood-sound. Non basta l’epicità manowariana di “The March Of The Swordmaster”, troppo citazionista e contornata da elementi che non riescono a far dimenticare i draghi di copertina; non basta nemmeno l’introduzione del primo clamoroso accenno di growl della discografia per incattivire un suono inspessito da riff compressi ma addolcito da continui cori impostati e assoli al miele, a dir poco memori delle gloriose ispirazioni del passato; per finire, non può bastare nemmeno l’incursione acustica di Sascha Paeth che rispolvera ancora una volta i migliori Manowar (“Master Of Wind”).
Magari può essere stato sufficiente per accasarsi sotto l’ala protettrice discografica di Joey DeMaio, ma di certo, guardando dall’altra parte della barricata, sfumati tutti questi tentativi non resta che salvarsi in corner con la classica power tarantella metallica che riporta sugli scudi le linee melodiche e gli arrangiamenti a cui siamo più avvezzi, nonché pericolosamente assuefatti.

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