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Il Male non paga

“Rain Of A Thousand Flames” rappresenta da tutti i punti di vista una decisa svolta nella carriera dei Rhapsody. Facendosi fin troppo influenzare dai detrattori (in crescita numerica) che invocavano l’evoluzione di un sound che alla tenera etè di tre anni cominciava a mostrare precoci segni di invecchiamento, Turilli e Staropoli hanno optato per un cambiamento visivo, tematico, strutturale e, last but not least, sonoro. In copertina non campeggiano più fantastiche figure dall’aspetto rassicurante ma piovono fiamme di sventura sopra a mostruose creature dal ghigno terrificante: uno shock per chi si appresta a scoprire che i 42:01 del playing time sono condensati su sole sette tracce, di cui un paio davvero lunghissime e, possiamo anticiparlo, quasi altrettanto noiose.
Non regge sulla distanza infatti la svolta aggressivo-gotica imposta su questo album, comincia a zoppicare dopo i primi tre minuti della title track, pezzo che prosegue sulla strada di inspessimento del suono intrapresa da “Dawn Of Victory” e che, come i migliori tratti da questo, scuote e coinvolge, ravvivando ancora il fuoco dell’epica sontuosa targata Rhapsody. Le successive suite, intervallate da intermezzi folkloristici e da qualche scampolo di power metal da non disdegnare, poco si giovano degli estratti dal main theme di “Phenomena” (Goblin/Dario Argento) e da “New World Symphony” (Antonin Dvorak), mostrano anzi il fianco della pochezza di idee su cui si regge la volontà di evolversi verso colori più scuri e orrorifici, un vero buco nell’acqua che dimostra come i Rhapsody non siano in grado di fuggire la gabbia dorata che si sono costruiti attorno. Tantomeno grazie a improbabili intrugli linguistici che dalle pretese orrorifiche portano dritti a conclusioni grottesche.

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