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  • Rhapsody: Symphony Of Enchanted Lands II

    Rhapsody

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For the king, for the land, for the mountains II

Partiamo dal presupposto che i Rhapsody sono uno degli elementi più importanti della nostra scena musicale, uno dei punti di svolta per il metallo italiano moderno, e arriviamo ad apprezzare “Symphony Of Enchanted Lands II – The Dark Secret” (of the king, of the land, of the mountains) come un ottimo ritorno alle sonorità che hanno permesso a Turilli, Staropoli & Co. di incidere il proprio nome sul viale delle celebrità di Metalcittà. Come possiamo compiere un così grande passo, un azzardo che scavalca diverse annate nebbiose e chiacchierate? Semplice, è sufficiente riprendere la strada del successo lasciata con il capitolo primo della Sinfonia e tirarla a lucido. L’olio di gomito sarà bel lieto di avvalersi degli strumenti messi a disposizione dal progresso, dalla pecunia e dall’esperienza, fattori che non possono che portare all’enfatizzazione e al raffinamento di tutte quelle caratteristiche che ben conosciamo e che, nella loro adorabile ingenuità, hanno reso noti ai più i primi due lavori del gruppo.
Strano termine quel “raffinamento” accostato ad una proposta così ampollosa, pacchiana, eccessiva e spettacolare, va inteso infatti in senso relativo e considerato sinonimo dello studio e la progettazione che stanno dietro ad un’opera pensata e congegnata, a tratti addirittura fin troppo pretenziosa, come quando nei dieci minuti della traccia più lunga, una serie di citazioni (auto e non) e di stili (prevedibili e non) fa naufragare lo slancio più ambizioso del disco. Poco male, dato che a seguire arriva il gradito tributo alla nostra lingua, un credibile e sentito pezzo che non può che renderci orgogliosi agli occhi di chi del power metal si ritiene assoluto artefice e padrone. Tra accenni folk-medievali e aperture orchestrali degne della migliore colonna sonora fantastico-apocalittica, “Guardiani Del Destino” rappresenta gli aspetti migliori del nuovo Rhapsody, nonché gli elementi che più si distaccano da un’”Unholy Warcry” simbolo del morboso attaccamento ai suoni che hanno trasformato in successi i primi pezzi della compagine italiana.
Evoluzione e ispirata riproposizione riescono quindi a tirare fuori i nostri dalle sabbie mobili di un periodo di sensibile flessione, rilanciandoli al vertice di un mercato che conosce bene i suoi polli.

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