Home > Report Live > Riattacca (no, riattacca tu)

Riattacca (no, riattacca tu)

Il centinaio di persone entrate al Thermos di Ancona poteva intuire da subito che si trattava di una serata all’inglese.
A partire dagli italianissimi Matinée, gruppo che ringrazia dicendo “fenks” e le cui canzoni sono due e si intitolano “oh ecco un attacco degli Arctic Monkeys” e “oh ecco un attacco dei Kaiser Chiefs”. I Matinée compiono, diligentemente immobili, il loro lavoro di portatori del vessillo della new rock & roll revolution inglese in Italia, e non si sa se siano timidi con un batterista bravo o noncuranti con un batterista bravo. Nulla da eccepire in quanto a tecnica, ma nel pubblico c’è già un display di abiti schivati con cura dai londinesi a Camden, c’è proprio la necessità di essere pleonastici sul palco? A quanto pare sì. Grazie per il pensiero, ma ritentare per favore.

E poi c’è Carl Barât. Carl Barât, prima di venire relegato alla seconda serata su Odeon TV, aveva contribuito a creare (o, se non altro, a rinnovare) un genere con i Libertines, e aveva saputo procedere a testa piuttosto alta con i Dirty Pretty Things.
In questa nuova incarnazione eponima Barât si fa accompagnare da una band e si prende molte libertà: passa agevolmente dai Dirty Pretty Things ai Libertines a inediti a un pezzo che fino ad ora si dava per scontato fosse dell’ex compagno di band Pete Doherty.

I brani da solo o con la violinista spiazzano, ma è solo quando il gruppo al completo si presenta sul palco che la scaletta comincia a prendere forma e si capisce il motivo per cui si è lì, e vengono accolti con calore i pezzi più intensi dei Dirty Pretty Things e con più calore i pezzi meno intensi dei Libertines, tutti dal secondo album (compresa una toccante “Music When The Lights Go Out”) tranne “Don’t Look Back Into The Sun” e “Time For Heroes”, sulla quale si creano mulinelli di gente che conosce tutto il testo a memoria.
Il set, va da sé, è orfano di Doherty, il che fa comprendere la sua importanza per quanto negli ultimi tempi si sia ridotto a larva mediatica poco credibile.

Ci si diverte e ci si emoziona il giusto. Barât suona le sue chitarre e raggiunge questo splendido timbro baritonale (che talvolta cede e si pensa l’effetto debba essere “poeta maledetto” ma è per lo più “ops, che mal di gola”). Intavola discorsi semilunghi con il pubblico ma se ne capisce ben poco sebbene non dica “fenks”. A un certo punto, avendo richiamato più volte il chitarrista dal bar, si lancia da solo in “The Ballad Of Grimaldi”.

È bello risentire certe canzoni, ma il concerto, così ridotto all’osso e poco rimaneggiato, lascia questo senso di angoscia che un’epoca sia finita e che anche i suoi protagonisti abbiano difficoltà a liberarsene nel timore di tradire le aspettative del pubblico. Parrebbe quasi un canto del cigno. A trent’anni?! Canto del cignetto.

Approssimativa. È una sorta di edizione critica tra la setlist che era sul palco e ciò che è stato effettivamente suonato.

What A Waster
9 Lives
So Long
The Ballad Of Grimaldi
Blood Thirsty Bastards
Music When The Lights Go Out
Deadwood
Come Closer
The Man Who Would Be King
B.U.R.M.A.
Monday Morning
Truth Begins
——————-
Don’t Look Back Into The Sun
Can’t Stand Me Now
Time For Heroes
Bang Bang You’re Dead

Scroll To Top