Home > Interviste > Richard Gere a Wall Street

Richard Gere a Wall Street

È dal Sundance dello scorso anno che se ne sente parlare e ormai in molti disperavano di vederlo giungere sui nostri schermi ma, dal 14 marzo, M2 Pictures distribuirà finalmente “La frode“, titolo italiano del tanto osannato “Arbitrage” del giovane Nicholas Jarecki, anche autore della sceneggiatura.

Una bella notizia perché si tratta di un ottimo thriller, ambientato nel modo dell’alta finanza. E forse la migliore interpretazione di Richard Gere, nel ruolo di un potente magnate di Wall Street, Robert Miller, capace di giocare d’azzardo con flussi incessanti di denaro. Ma Miller si trova improvvisamente a dover affrontare le conseguenze di un grosso investimento sbagliato. Ha poco tempo per salvare il suo impero ma è abituato a sfidare la legalità e piegare le regole alle proprie esigenze. È forse addirittura in buona fede sapendo che, oltre la sua famiglia, troppi dipendono da lui. Ma si aggiunge un grave incidente che potrebbe distruggere un equilibrio già delicato.

Ispirato alla colossale truffa finanziaria di Bernard Madoff che fece tremare Wall Street pochi anni fa, il film riecheggia anche l’incidente automobilistico occorso a Ted Kennedy e che causò la morte di una ragazza, minacciando di distruggere la sua carriera.

Abbiamo incontrato Gere all’ultimo Festival di Zurigo dove, ancora una volta, “La frode” ha riscosso grande successo.

«Ero a Los Angeles – ci dice — e, subito prima di prendere l’aereo che mi avrebbe riportato a New York, l’aeroporto più vicino a dove vivo, il mio agente mi diede il copione chiedendomi di leggerlo prima di parlarne. L’ho finito velocemente in volo e mi ha entusiasmato. Dialoghi intelligenti e situazioni credibili. Ogni volta che pensavo di aver capito dove sarebbe andata la storia, lo script mi prendeva in contropiede. E il ruolo del protagonista, essenzialmente negativo, si prestava a diverse scelte interpretative. Appena atterrato ho chiamato e, nel sentire che si trattava di una prima regia, l’entusiasmo è calato. Un regista con poca esperienza avrebbe potuto distruggerlo».

Cosa le ha fatto cambiare idea?
Incontrare Nicholas Jarecki, il suo entusiasmo. Ho capito che quel ragazzo non avrebbe permesso a nessuno di rovinare la sua visione del film. Mi è piaciuta anche la sua follia. Eravamo nel mio ristorante a Bedford e dopo aver parlato a lungo, abbiamo cominciato a leggere lo script. In una scena con la mia amante – che poi avrebbe interpretato Laetitia Casta – ci siamo infervorati e io l’ho letteralmente sbattuto contro un muro, la mia faccia molto vicina alla sua. Lui è uscito dal ‘ruolo’ e mi ha detto: «In questo momento potrei baciarti». Dopo un attimo di reciproco smarrimento, siamo scoppiati a ridere ed è stato chiaro che avremmo lavorato bene insieme.

Che lavoro preparatorio c’è stato fra voi?
Ci siamo frequentati, abbiamo imparato a conoscerci, a fidarci. Nic ha permesso a volte agli attori di improvvisare e alcune battute non previste sono finite nel film. In varie occasioni ce ne ha pubblicamente dato credito. Questo è raro: i registi hanno un grande ego.
[PAGEBREAK] Susan Sarandon aveva già interpretato sua moglie in “Shall We Dance”. È stato lei a suggerirla per il ruolo?
Non ce ne è stato bisogno. Il suo nome era venuto fuori molte volte… Susan ed io siamo amici da più di tren’anni. Da giovani abitavamo nel Village a New York sullo stesso pianerottolo. C’è fra noi una consuetudine che sullo schermo ci fa apparire molto credibili come coppia di lunga data. In altri casi può essere un problema. Recitare è finzione ma suggerire un’intimità, magari amore, con una persona con la quale non scatta nessuna simpatia è impegnativo.

Come con Debra Winger, immagino. Esiste un’intera letteratura su quanto fosse difficile durante “Ufficiale e gentiluomo”…
Eravamo molto giovani ed i nostri caratteri poco propensi a cedere. Comunque funzionò – credo — lo stesso. Non è rimasto nessun rancore ed è stata Debra a volermi consegnare il Marc’Aurelio alla carriera al Festival di Roma nel 2011.

A proposito di premi alla carriera, negli ultimi due anni lei ne ha ricevuti parecchi e l’ultimo qui a Zurigo dalle mani di Susan Sarandon che ha ricordato le sue battaglie contro i pregiudizi nei confronti dell’AIDS — quando era ancora un giovane attore in ascesa e in un’epoca in cui ancora pochi legavano il proprio nome all’impegno civile. E in seguito il suo schierarsi a sostegno degli esuli tibetani…
Susan non è stata da meno. Il suo impegno civile è un modello per molti. Ma qui a Zurigo ho ricevuto l’Icona d’Oro. Mi hanno chiesto come ci si sente ad essere un’icona…(ride)

La sera della premiazione è stato impressionate osservare la reazione che Gere provoca nella folla accalcata ai lati del tappeto — in questo caso ecologicamente verde. La sua popolarità unisce tre generazioni di pubblico. Alcuni dicono che questo avvenga soprattutto perché, per donne di ogni età, Richard è un uomo rassicurante. Con lui si sentono al sicuro. Lui, scherzando, corregge:

«È un segno di vecchiaia. Quando avevo 25 anni non penso che le donne con me si sentissero ‘al sicuro’».

Scroll To Top