Home > Interviste > Richard Gere al Giffoni Film Festival

Richard Gere al Giffoni Film Festival

L’arrivo di alcune personalità del mondo dello spettacolo ormai entrate di fatto nel nostro immaginario, volenti o nolenti, confonde il professionista con l’aficionado, l’addetto ai lavori con il fan.

Richard Gere è una delle ultime stelle lucenti del firmamento hollywoodiano, uno dei superstiti, professionalmente parlando, di quella splendida irripetibile stagione passata alla storia con l’appellativo di New Hollywood.

Ricordato principalmente dal grande pubblico per i suoi ruoli in commedie romantiche (“Pretty Woman”, “Se scappi ti sposo”) o drammi strappalacrime (“Autumn in New York”, “Hachiko – Il mio migliore amico”), ha lasciato davvero il segno soltanto nelle sue collaborazioni con i grandi maestri: Akira Kurosawa (“Rapsodia in agosto”), Robert Altman (“Il dottor T e le donne”), Terrence Malick (“I giorni del cielo”), Paul Schrader (“American Gigolò”). Ma non si può comunque riassumere completamente una carriera ultratrentennale in poche righe, e poi non ne avete certo bisogno, vero?

Si parlava, quindi, della confusione di ruoli tra professionista e fan: per molte delle mie colleghe qui al Giffoni Film Festival ieri è stato parecchio difficile scindere i due ruoli. Sarà per questo che le poche domande già concordate della conferenza stampa sono state poste soprattutto da vecchi tromboni quotidianisti, per di più dell’area di centrodestra come “Libero” e “Il Tempo”? Naturalmente no, ma è una casualità che mi premeva far notare.

Prima di partire con le domande, Richard Gere ci tiene a dichiarare di essere ultrafelice di essere in Italia, di essere reduce da una visita in costiera amalfitana insieme al figlio 14enne Homer e di aver scoperto arrivando qui l’importanza del Festival di Giffoni, che mette in relazione tra loro ragazzi provenienti da tutto il mondo.

Quali compromessi ha dovuto accettare nel corso della sua carriera per venire a patti con l’industria hollywoodiana?
Tutti hanno l’idea che Hollywood sia una sorta una sorta di mostro vorace, ma è solo un posto in cui si fanno film. Io sono venuto a patti con i miei demoni personali, o quantomeno ci ho provato e ci sto tuttora provando, ed è una cosa molto più difficile, ve l’assicuro.

Il prossimo suo film in uscita è “Time Out of Mind”, in cui interpreta il ruolo di un homeless. Ci può anticipare qualcosa? È un ruolo legato in qualche modo all’attuale crisi economica?
il film andrà al Festival di Toronto e poi probabilmente a quello di Roma, e lì ci sarà modo di parlarne molto e dettagliatamente. Il regista è Oren Moverman, un bravissimo artista newyorkese. Qui posso dirvi che la sceneggiatura originale è stata scritta 25 anni fa, quindi non è legata all’attualità. Da allora possono essere cambiati dettagli ma i problemi del mondo sono sempre gli stessi. Otto anni fa ho avuto la sceneggiatura e mi sono messo in contatto con l’unica associazione di New York che si occupa della cura e dei diritti di queste persone, dei senzatetto. New York è l’unica città al mondo dove per legge ogni persona deve avere un posto dove dormire per la notte, gli deve essere dato un letto. Nel film abbiamo voluto rappresentare il processo di transizione per diventare homeless e tutta la burocrazia che ne consegue.

Con “Hachiko” ha commosso il mondo raccontando l’amicizia tra un uomo e un animale. So che è anche vegetariano. Quale messaggio vuole lanciare ai giovani in merito al rispetto per gli animali?
Non sono vegetariano totale, mangio pesce, ogni tanto pollo, non mangio carne rossa. Penso che alla fine arriverò al punto di non mangiare del tutto prodotti di origine animale. Avevo un amico che stava per avere un figlio ed era studente del Dalai Lama. Gli chiese come poteva fare a insegnare a suo figlio il rispetto per ogni forma vivente. Il Dalai Lama rispose: insegnagli a rispettare la vita di ogni insetto, anche l’insetto ha una famiglia intorno, cerca di sopravvivere ogni giorno. Gli insetti sono gli animali meno gradevoli, sembrano far parte di un mondo totalmente estraneo al nostro, se riesci ad insegnargli questo gli hai insegnato tutto. Comunque non è solo una questione di cultura, dobbiamo capire che al mondo siamo tutti correlati, abbiamo la responsabilità di lasciare questo pianeta come l’abbiamo trovato, di lasciare invariato il rapporto tra le specie.

Ucraina, Palestina, è un momento storico in cui spirano forti venti di guerra in molti Paesi nel mondo. Lei ha sempre rilasciato forti dichiarazioni in favore della pace, come vive tutto questo?
Ricordo molti anni fa l’insegnamento di un mio maestro giapponese zen che diceva di non prendere mai una decisione importante finché non riusciva ad abbassare il numero di respiri a sette in un minuto. Con questo esercizio riusciva a controllare l’emotività e l’impulsività. Abbassare il numero dei respiri significa non reagire subito, non rimanere sulla superficie, andare più giù nella coscienza fino al punto di acquisire una razionalità più forte per capire che siamo tutt’uno con il resto dell’umanità. Non mi fido dei politici che reagiscono subito ed emotivamente, prendendo decisioni affrettate. Bisogna favorire la gentilezza, essere gentili gli uni con gli altri è il punto di partenza.

Sceglie i suoi ruoli in base alla loro corrispondenza con le sue idee sul mondo?
Diciamo che non opero una netta separazione tra scelte di vita e scelte di lavoro. Poi a volte, riguardando i miei film, è capitato di rendermi conto che il risultato non era quello che io avrei voluto, ma può succedere. La responsabilità della riuscita di un film è condivisa, è qualcosa che riguarda tutta la produzione.

Il suo collega Kevin Spacey ha dimostrato, con la serie “House of Cards”, che in una serie televisiva si possono analizzare le meccaniche e le distorsioni del potere in maniera più ampia e, forse, più libera. Cosa ne pensa di questo nuovo fenomeno dei serial, ormai giunti ad un livello assolutamente cinematografico?
È un periodo di transizione per l’industria cinematografica, di fortissima transizione. Faccio un esempio: qualche anno fa la media di giorni di riprese negli USA era superiore ai cinquanta giorni, il mio ultimo film l’ho girato in ventuno. Per il cinema la realtà attuale si può riassumere con due direttive principali: tempi stretti e budget ridotti. Per le serie, invece, di HBO, Showtime, Netflix, l’eccellenza, ci sono al momento più soldi, più tempo e interi staff di professionisti ben preparati che lavorano anche per mesi e mesi su un unico progetto. Può darsi che prima o poi queste produzioni televisive comincino a realizzare film, e che il cerchio si chiuda. Le case di produzione televisive non devono preoccuparsi di raccogliere in giro un budget per partire, possono mettere subito prodotti in produzione affidandosi alle proprie risorse interne.

Quale suo personaggio reinterpreterebbe volentieri?
Nessuno, non ripeto mai i miei ruoli. Una volta fatti e lasciati, vanno via per sempre.

Qualcosa d’interessante è sicuramente emerso da questo incontro. Gere condivide con Bono Vox il ruolo di Papa dell’arte, quindi qualche riferimento alla pace nel mondo e all’amicone Dalai Lama era da mettere in preventivo. La vera novità emersa è sicuramente la sua probabile partecipazione al prossimo Festival di Roma.

Come (quasi) sempre accade, il successivo incontro con i ragazzi delle giurie ha avuto dei momenti anche più significativi. Il consiglio agli aspiranti attori è stato quello d’impegnarsi a fondo, e di prepararsi alle eventuali delusioni, il 99% di chi vuole fare questo lavoro nel mondo è attualmente senza un lavoro stabile.

E poi la chicca per appassionati, tirata fuori da un ragazzo tunisino sempre brillante nelle sue interlocuzioni con gli ospiti. Un aneddoto meraviglioso della lavorazione di “Rapsodia in agosto” con il maestro Akira Kurosawa. Che, negli ultimi anni di vita e carriera, non scriveva più sceneggiature, ma realizzava, appena sveglio, degli acquerelli che illustravano quanto appena sognato. Acquerelli che poi, sul set, servivano da base all’intera troupe per la realizzazione delle scene: «Era bellissimo vedere i macchinisti e gli scenografi che, invece del piano di lavorazione o delle pagine di sceneggiatura, lavoravano prendendo come riferimento questi schizzi di colore delicati, quasi teneri».

Il modo migliore, probabilmente, per chiudere il report di una giornata intensa ma, allo stesso tempo, professionalmente appagante come poche altre.

Scroll To Top