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Richard Gere presenta L’Incredibile Vita di Norman

È stato presentato a Roma il nuovo film con protagonista Richard Gere, “L’incredibile Vita di Norman” (qui la recensione), per la regia di Joseph Cedar, nelle sale dal 28 settembre, storia di un affannato factotum che cerca di aggiudicarsi l’amicizia di politici e personalità di spicco, proponendosi di esaudire ogni esigenza possano esprimere, anche con il rischio di diventare assillante.

L’attore era presente alla conferenza stampa pronto ad offrirsi alle domande dei giornalisti, con una richiesta: essere gentili perché, a causa del jet lag, si sentiva molto fragile.

Come giudica, Norman, il suo personaggio dall’esterno?

La cosa che mi piace tanto è che tutti mi hanno posto questa domanda, perché Norman risulta veramente fastidioso secondo il punto di vista di qualunque cultura. Penso che oggi il mondo sia basato su compromessi e trattative. Nel senso che oggi si pensa sempre: “se rinuncio a questo, cosa ottengo in cambio? Cosa devo fare per ottenere ciò che voglio?”. Quando invece un tempo nei villaggi e paesi le comunità collaboravano insieme, ognuno sapeva quale fosse il suo posto e puntava ad un obiettivo comune. Oggi non è più così, abbiamo, ad esempio, il nostro presidente degli Stati Uniti che vive di compromesso e non è mai animato da un senso sociale. Ma anche questo può esserci d’esempio per scegliere che persona essere. Norman nel film non è solo un uomo interessato: è animato da un cuore sincero. Lui davvero vorrebbe dare alle persone ciò che desiderano, vorrebbe renderle felici perché, così facendo, lui stesso avrebbe un posto riconosciuto al tavolo dei potenti che ha saputo soddisfare. È entrambe le cose: irritante, ma dal cuore nobile.

L’amicizia è anche “dare e avere”? Qual è il limite per riconoscerla?

C’è una scena specifica improvvisata dove infilo al primo ministro una scarpa. È un momento simbolico in cui inizia l’amicizia, parte proprio dall’accettazione di questo gesto, dall’accoglienza. È un rapporto che deve cedere ad un compromesso per valorizzare uno scopo più grande, raggiungere un obiettivo mondiale, a favore di molti.

Siamo ben lontani dagli storici personaggi, estremamente fascinosi, che l’hanno consacrato come attore. Come si è preparato dal punto di vista fisico per costruire un personaggio perdente come Norman?

È stato facile perché alla fine Norman è chi sono veramente (ride, ndr). Abbiamo trascorso una giornata a lavorare sulla creazione di Norman. Lascio costumisti e truccatori a giocare ed inventare, ma alla fine sono io a decidere. Ho avuto l’idea di applicarmi delle protesi dietro alle orecchie per farle sembrare più a sventola di quanto già non siano. Era questo il tocco che mancava. Norman è il tipico newyorkese: è ebreo, viene dall’Upper West Side. Io sono cresciuto attorno a gente come lui. Ho solo dovuto lasciare che questo personaggio si muovesse liberamente: è stato sufficiente togliermi ostacoli e sovrastrutture ed è venuto fuori da sé.

È mai stato vittima di un Norman oppure si è mai comportato così?

Credo che chiunque di noi conosca un Norman: in ogni ambiente e ceto sociale. C’è sempre chi scova i “fighi” per poterli avvicinare ed entrare nel loro ambiente. Da questo punto di vista credo che sia davvero un personaggio universale. Ma ciò che lo distingue dagli altri è che fondamentalmente è un uomo di buon cuore, nonostante menta di continuo, prometta miriadi di cose che poi non mantiene.

Pensa che questo suo nuovo film possa attirare l’attenzione dell’Academy? Le piacerebbe?

Certamente. E sfrutterei l’occasione per fare film indipendenti.

Come vede il movimento che sta facendo a livello cinematografico, il fatto che a volte tocchi le vette e a volte no?

Quando ci si abitua a bere dell’ottimo vino è difficilissimo pensare di iniziare a berne di scadente. Questa altalena vale per tutti, per qualsiasi cosa. Fa parte della vita. I problemi li abbiamo proprio quando auspichiamo alla staticità, che è innaturale ed è da questo che sorgono le sofferenze. Quando invece accettiamo la ciclicità della vita, allora raggiungiamo la felicità.

Il percorso che ha fatto lungo la sua carriera potrebbe definirsi anomalo, per certi aspetti.
R. GERE: La mia sensazione è di fare gli stessi film che facevo all’inizio. La differenza rispetto ad oggi è che gli Studios certi film non li producono più, occorrono budget sempre più bassi. Ma lo spessore dei miei personaggi è sempre lo stesso. Anche se naturalmente sono diversi… non ho più vent’anni, adesso ne ho sessantotto!

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