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Ricominciare da capo

In occasione della presentazione di “Somewhere”, incontriamo la regista e sceneggiatrice Sofia Coppola, premio Oscar per “Lost in Translation”, e i protagonisti Stephen Dorff e Elle Fanning.

Questo è un altro film sulla solitudine, quanto la affascina questo tema in questo personaggio ma in generale nel mondo dello spettacolo, le luci e le ombre di Hollywood. Pensando a “Lost in Translation”, un altro film con una forte solitudine personale al centro della storia, poi questo, sta forse immaginando una sorta di trilogia?
Sofia Coppola: A me interessano molto le storie che riguardano le persone e in particolare i momenti di transizione nella vita delle persone, quindi mi piace tenere questo aspetto nel mio lavoro. Ovviamente mi piace anche il mondo dello show business che ho deciso di raccontare, è per questo che l’ho ambientato nella Los Angeles di oggi. Però non credo che questo sia una parte di una trilogia, anzi, lo vedo come un inizio di una serie; anche se ovviamente i film sono tutti collegati tra di loro.

“Somewhere” mi ha ricordato molto i film degli anni ’70/’80, la vita degli attori mi ha ricordato i film di John Belushi, ma anche “Fino all’ultimo respiro” di Godard.
Come mai la Los Angeles di oggi lei la vede attraverso quello sguardo lì?
S.C.: Premetto che io adoro i film di Godard o film come “Shampoo”, “American Gigolo”, quando ho deciso di ambientare il mio film nella Los Angeles odierna era proprio questa l’atmosfera che volevo dare.

In pochi minuti ha fatto un ritratto perfetto ed esauriente della televisione italiana, ci racconti come ha vissuto quell’esperienza, come ha reagito all’impatto con quel mondo e che differenza c’è tra il mondo della televisione italiana e quella americana.

S.C.: Io sono stata ai Telegatti tantissimi anni fa e volevo darne una rappresentazione più veritiera possibile; devo dire che non è stato difficile, il mondo dello show business è abbastanza simile al nostro, pensiamo a Las Vegas, credo che sia un fenomeno abbastanza globale. Quello che volevo fare era anche mettere in contrapposizione Cleo (Elle Fanning) con questo mondo.

Perché ha scelto di non doppiare quella scena?
S.C.: Perché volevo che lo spettatore si sintonizzasse col punto di vista del personaggio, che comprendesse la confusione di trovarsi in uno show dove tutti parlano un’altra lingua e tu puoi interagire solo mediante una traduzione.

Protagonista del film è il rapporto tra padre e figlia, si è ispirata alla sua biografia?
S.C.: Ovviamente ci sono ricordi della mia biografia, ci sono aneddoti, storie che ho vissuto, di quanto era entusiasmante entrare nel mondo degli adulti, in quel mondo; ma ovviamente mio padre è molto diverso da Johnny Marco (Stephen Dorff).

Che tipo di lavoro hanno fatto gli attori per creare questo rapporto padre – figlia?
Elle Fanning: Abbiamo cominciato visitando l’hotel insieme, stando un po’ in camera insieme dove abbiamo giocato, riso, poi l’ho invitato a qualche mia esibizione proprio perché iniziassimo a sviluppare un rapporto come quello che c’è tra un padre ed una figlia.

Stephen Dorff: Sofia ha creato da subito un’atmosfera molto intima, rilassata … familiare. Noi improvvisato cene di famiglia, sono andato a prenderla a scuola preoccupandomi che quando entrasse in macchina non sentisse puzza di fumo o guidando molto cautamente, l’ho sentita come una figlia e di conseguenza mi sono comportato come un padre. Un giorno siamo andati anche in un laboratorio di ceramica e abbiamo realizzato due piccoli oggetti che poi abbiamo regalato a Sofia, è stata un’esperienza speciale che da subito ha creato un forte legame tra di noi.

La vita di Johnny Marco cambia dopo la vacanza con Cleo. Secondo lei veramente i figli possono salvare i padri dalla loro rovina?
S.C.: Quello che ho voluto mostrare nel film è l’impatto che i figli possono avere su un genitore in un momento di crisi, di quanto un figlio ti risvegli, quanto sia forte l’ascendente di un figlio. In più ho avuto la mia prima figlia prima di scrivere questa sceneggiatura, quindi mi premeva parlare di quanto l’arrivo di un figlio cambi profondamente la prospettiva e le priorità di una persona.

Stephen Dorff, trova dei paralleli tra il suo personaggio e la sua vita?

S.D.: Conosco bene i momenti di crisi e di cambiamento, specialmente in questo lavoro. Ti trovi a lavorare per 3 mesi con un gruppo di persone che diventa la tua famiglia; finito il film ti trovi solo e soprattutto ti trovi a dover cercare un nuovo lavoro, non hai un ufficio dove andare tutti i giorni incontrando le solite persone.

Sofia Coppola, lei è ormai un’autrice affermata, quanto è difficile oggi fare cinema indipendente?
S.C.: Oggi purtroppo è davvero un brutto momento per chi vuole fare film piccoli, diversi, quindi io mi ritengo davvero fortunato ad avere la possibilità di veder realizzate le mie idee.

Nel film compare in un piccolo ruolo Laura Chiatti, come è avvenuta la sua scelta?

S.C.: Stavo facendo lo spot per un profumo e lei aveva mandato un video provino; l’ho trovata da subito molto affascinante, molto magnetica, così mi era rimasta in mente e l’ho ricontattata.

Suo padre compare come produttore esecutivo e riceverà l’Oscar alla carriera come produttore, quindi possiamo dire che questo film prima ancora di uscire ha già un riconoscimento, come ha preso la notizia? Quali consigli le ha dato suo padre nel corso della carriera?
S.C.: Mio padre è ovviamente orgoglioso e molto onorato di questa notizia ovviamente. Quanto a me e a mio fratello, nostro padre ci ha sempre spronato a realizzare film nostri, magari piccoli ma molto personali, che solo noi potevamo realizzare e ci ha sempre spronati a lavorare in maniera indipendente per essere creativamente liberi.

Nel finale il protagonista va, non si sa dove, Somewhere. Dove immagina che stia andando?
S.C.: Non lo so, ma sicuramente quella fine è un inizio, un invito a lasciare le cose che non ci piacciono e ricominciare da capo.

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