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Rifondare il Mito: Star Wars, gli ultimi Jedi e il divenire della Galassia lontana lontana

«Ora che ci si è ricollegati alle origini della saga, è tempo di fondarne una nuova», scrivevo un paio di anni fa a proposito di “Star Wars: Il risveglio della Forza”, nell’analizzare la sua totale aderenza morfologica alla struttura del monomito (Campbell, 1949) e, dunque, di “Una nuova speranza” (qui l’approfondimento). 

In questa transizione tra vecchio e nuovo, “Star Wars: Gli ultimi Jedi” è il primo vero e proprio passo verso un’epopea realmente in grado di parlare alle nuove generazioni.

La riproposizione del modello, decisamente marcata de “Il risveglio della Forza”, alla luce di questo Episodio VIII risulta quanto mai comprensibile da un punto di vista strutturale: per costruire una nuova narrazione dal valore mitico, era necessario ancorarsi saldamente alle fondamenta della tradizione precedente.

È un po’ quello che succede anche nelle mitologie antiche, se ci pensate. Le storie mutano, si evolvano con il tempo, acquistano nuovi significati, vanno a confluire in diversi sistemi culturali. 

Tuttavia, c’è sempre quel filo sottile che permette di ricollegarle tra loro, attraverso un percorso a ritroso in una memoria collettiva che si adatta al mutare delle situazioni culturali e sociali – i cosiddetti quadri sociali della memoria (Halbwachs, 1950) – e che via via si perde nelle pieghe del tempo. 

D’altronde, «i nuovi inizi, i rinascimenti, le restaurazioni si presentano sempre sotto forma di una ripresa dal passato. Nella misura in cui rendono accessibile il futuro, essi producono, ricostruiscono e scoprono il passato». (Assman, 1992, p. 8). E nello scoprire questo passato, si appropriano della tradizione pregressa, creandone una nuova. 

Il grande classicista tedesco Walter Burkett affermava, infatti, che «i miti sono racconti tradizionali forniti di una speciale significatività (Bedeutsamkeit)» (Burkert,1993, p. 17 citato da Bettini, 2012, p. ii). 

Se con tradizione intendiamo la trasmissione attraverso il tempo di una memoria culturale collettiva – non necessariamente antica – e con significatività l’efficacia di «far passare i contenuti, culturali o ideologici, di cui è portatore» (Bettini, 2012, pp. iii), allora possiamo capire come tutto questo possa valere, con modalità creative, tempi e scopi diversi, per le mitologie postmoderne. 

È questo il caso di quelle Guerre Stellari create nel 1977 da George Lucas, a partire dagli studi (in parte discutibili) sugli archetipi universali di Joseph Campbell (Campbell, 1949, ne parlo qui), e de “Gli ultimi Jedi” oggi. 

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ATTENZIONE, da qui in poi l’articolo contiene SPOILER sulla trama di “Star Wars: Gli ultimi Jedi”.

Star Wars: Gli ultimi Jedi” di Rian Johnson (qui la nostra recensione) è sicuramente un film imperfetto, che nella prima parte fatica molto a trovare il giusto ritmo e dare un tono equilibrato alla narrazione. Tuttavia, nel momento in cui Episodio VIII svela la sua vera natura – e con essa il suo scopo – il film mostra una dirompente potenza concettuale, un’energia riformatrice che qualcuno troverà persino eretica. 

La scena in cui Luke (Mark Hamill) getta la spada laser, ad esempio, potrebbe sembrare quasi parodistica, un momento comico inserito in un contesto inviolabile. Tuttavia, considerata a posteriori, acquista un forte valore programmatico. Con un semplice gesto, viene desacralizzato un interno sistema religioso, in modo che il sacro possa essere trasferito in un altro. «Il tempo della fine dei Jedi», dopotutto, «è giunto». 

Non è esclusivamente una questione di vecchie o nuove generazioni, di essere cresciuti con la prima trilogia, con i prequel, oppure di essere semplicemente cresciuti, anche se è indubbio che questa sia una storia pensata per i più giovani (come, d’altronde, lo era in origine). Si tratta di accettare o meno che le Guerre Stellari che abbiamo amato da ragazzini, quelle in cui abbiamo creduto, cambino insieme al quadro sociale odierno. Nel primo caso, magari brontolando un po’ all’inizio, amerete il film Johnson; nel secondo, lo odierete, perché non siete più il pubblico di riferimento.

La verità, per me, è che lo spirito della creazione di Lucas scorra più potente che mai in questo nuovo capitolo: «Sto raccontando un vecchio mito in un modo nuovo» diceva Lucas in un’intervista al Times del 1999. «Ogni società prende quel mito e lo racconta in un modo diverso, relativamente al particolare ambiente in cui si vive. Il tema è lo stesso. Viene solo contestualizzato. A quanto pare, io lo sto contestualizzando per il pianeta. Immagino che lo contestualizzerò per la fine del millennio più di quanto lo sia per qualsiasi posto in particolare» (Moyers, 1999). Tradizione e significatività, in sostanza. 

È interessante sottolineare come sia stato proprio Lucas a deviare da questo proposito, fallendo non con il contenuto, ma con la morfologia e le modalità narrative della trilogia prequel. Sottraendo, cioè, la dimensione mitologica al racconto, fino ad elaborare una spiegazione pseudo-scientifica dell’azione della Forza – cioè la capacità dei Jedi di comprenderla attraverso la presenza nel loro corpi di quei Midi-chlorian che tutti vorremmo cancellare dalla nostra memoria – che mette in pericolo la stessa essenza del mondo magico (proprio nell’accezione che ne dava De Martino, 1973) all’interno della Galassia lontana lontana. 

È proprio la Forza ad essere posta al centro de “Gli ultimi Jedi”, partendo dalla prima definizione di Obi-Wan Kenobi come «campo energetico creato da tutte le cose viventi che mantiene unita tutta la galassia» e, in un certo senso, superandola. 

«La Forza non è un potere che hai, è una tensione, un equilibrio che tiene insieme l’universo», dice Luke alla giovane apprendista Rey (Daisy Ridley), lasciando che sia la ragazza a sperimentarla in prima persona. La sequenza è potentissima: Rey percepisce la natura intorno a sé, pace, violenza, morte e putrefazione che portano nuova vita e, tra questi opposti, un equilibrio da interiorizzare e fare proprio. La Forza diventa così quasi un concetto fisico, biologico, qualcosa che rende possibile il ciclo della vita, senza che ne venga svelato il mistero.

«Quella Forza non appartiene ai Jedi» continua Luke. Questo, nell’universo di Star Wars, è un concetto rivoluzionario. In un periodo di estremo pericolo per la Repubblica Galattica, in cui l’ordine naturale sembra sovvertito e il lato oscuro sembra destinato a prendere il sopravvento, per difendere la pace e la giustizia un Ordine gerarchico formato da prescelti non sembra più sufficiente. Tutti sono chiamati a fare la propria parte. E quella Forza che tiene costantemente in equilibrio e tensione la Galassia è virtualmente accessibile a tutti. In realtà, proprio per la capacità del mito di riplasmare il proprio passato, lo è sempre stata. 

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Per questo, la sequenza in cui Leia (Carrie Fisher) usa la Forza per salvarsi la vuoto siderale, forse non particolarmente riuscita dal punto di vista visivo, rappresenta un momento fondante del racconto. Leia Organa, la ribelle, il vero motore dell’azione di Episodio IV, che affida i piani della Morte Nera a R2D2, insieme ad ogni speranza di ritrovare il leggendario Maestro Jedi Obi-Wan Kenobi e porre così fine all’Impero Galattico.  Leia Organa, il Generale, la pietra angolare su cui è costruita la nuova Resistenza e, anche in questo caso, la speranza di poter ripristinare la Repubblica. Leia Organa, il mentore, la cui responsabilità è preparare i giovani ribelli a tempi difficili che verranno. 

So di non essere del tutto obiettiva, ma ho sempre considerato la Principessa di Alderaan il cuore pulsante della saga, a partire dal capostipite: un personaggio-tipo che viene direttamente dalla Fiaba (Propp, 1929), simbolo della perfetta adesione alla tradizione, e al tempo stesso un modello di donna indipendente e determinata, fortemente progressista, che guarda verso il futuro e ha saputo evolversi senza forzature. Una speranza, ancora una volta.

Ebbene, Leia ci mostra per prima quello Luke sta cercando di insegnare alla sua nuova allieva. E da parte di Johnson e della Disney è stato coraggioso, considerando la prematura e dolorosa scomparsa di Carrie Fisher, salvarla, almeno per ora, per poter accompagnare i giovani Ribelli alla fase successiva, per poi lasciarli camminare da soli. 

Quello del conflitto generazionale, del rapporto tra maestri e allievi, è un tema quanto mai presente in tutta la saga di Star Wars, ma ne “Gli ultimi Jedi” viene guardato da un’angolazione differente. In particolare, viene posta l’attenzione sull’importanza del fallimento per la crescita personale.

Poe Dameron (Oscar Isaac), accecato dall’impulsività tipica chi non ha esperienza, è incapace di comprendere ed accettare le decisioni di chi ne ha molta, come il Generale Organa e il Vice Ammiraglio Holdo (Laura Dern), ma impara dai propri errori cosa voglia dire prendere decisioni in grado di pesare sull’intera Resistenza e, in qualche modo, diventare un leader.

Finn (John Boyega) non ha mai avuto veri e propri maestri, addestrato (o meglio programmato) fin da bambino per diventare assaltatore. La sua, già in Episodio VII, era più una lotta per la sopravvivenza – sua e di Rey – che per la giustizia. L’integrità di Rose (Kelly Marie Tran), addetta alla manutenzione dell’ammiraglia della Resistenza, sarà in grado di risvegliare il ribelle che è in lui. «Feccia ribelle», le due parole più fiere e ricche di significato di tutta la Galassia, da esibire con orgoglio.

Luke cede ad una debolezza del tutto umana, la paura, portando Ben Solo irrimediabilmente verso il Lato Oscuro. Trasformandolo, di fatto, in Kylo Ren (Adam Driver). Darà la colpa all’Ordine dei Jedi e a tutta la conoscenza mistica ad esso collegata (quei testi sacri che vorrebbe distruggere e che poi vedremo sani e salvi a bordo del Millennium Falcon) e avrà bisogno di un colpo di bastone ben assestato sulla testa da parte del proprio Maestro – uno Yoda diventato tutt’uno con la Forza, ma che non ha perso il particolare, saggio umorismo – per ricordargli di smettere di guardare l’orizzonte, comprendere l’importanza del fallimento e agire. 

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E in tutto questo, proprio Kylo Ren, probabilmente il personaggio più stratificato dell’intera saga, in qualche modo tradito da tutti i suoi Maestri (Luke nella luce e Snoke nel lato oscuro), sembra incapace di guardarsi indietro e, in particolare, considerare i sentimenti, seppur controversi, verso la propria famiglia. Isolato, ferito, in constante conflitto emotivo, pieno di potenziale inespresso, senza guida, rappresenta in qualche modo il retro della medaglia dell’intero discorso portato avanti da Johnson. La soluzione, per lui, è fare tabula rasa del passato (dal suo punto di vista, distruggere il casco che lo ricollega a Vader rappresenta un atto catartico), per poter ricostruire il futuro. Togliere la tradizione dall’equazione. Desidera avere Rey al suo fianco, perché solo lei può comprendere cosa significhi non avere un passato. 

Il rapporto che lega Rey a Kylo Ren è affrontato in maniera molto intelligente. I due, connessi nella Forza (anche se per una macchinazione di Snoke), intraprendono insieme un cammino di auto-consapevolezza, che li porta alla comprensione l’uno dell’altro, ma li conduce irrimediabilmente su due cammini divergenti. 

In questo contesto, Johnson affronta il dibattuto tema delle vere origini di Rey ricorrendo all’anticlimax: nel momento in cui la Forza è democratizzata e crolla tutta la struttura deterministica sui cui si basava la stessa esistenza dei Jedi, la questione non è più chi sia stata Rey «dal nulla», figlia di mercanti di rottami di Jakku, ma chi sia adesso e chi diventerà. Ognuno crea il proprio destino attraverso le proprie scelte.

Dunque, gli eroi diventano imperfetti, molto di più di quanto lo siano mai stati, così come meno netti si fanno i confini tra buono e cattivo, bene e male, anche luce e oscurità. La sequenza ambientata sul pianeta casinò Canto Bight, sebbene poco riuscita a livello narrativo, è utile per introdurre alcuni temi di natura etica e morale legati alla contemporaneità, così come aveva fatto, con modalità differenti, “Rogue One” di Gareth Edwards. 

«Un solo affare può renderti tanto ricco, la guerra» spiega Rose a Finn. Ma, come ricorda più avanti l’apricodici DJ (Benicio Del Toro), i mercanti d’armi fanno affari sia con il Primo Ordine, sia con i Ribelli. La guerra è un affare da cui non si esce puliti, e non è scontato che un messaggio del genere, seppur edulcorato e limitato ad un paio di dialoghi, sia presente in un prodotto come Star Wars. 

La realtà penetra nel mito postmoderno, come faceva anche in quelli antichi, che non spiegavano, ma fondavano la cose così come erano (Brelich, 2006, p. 11). Siamo lontanissimi dal tentativo di Lucas di parlare della contemporaneità attraverso le tediosissime questioni geopolitiche nella trilogia prequel. Qui, la problematicità del mondo contemporaneo viene ridotta a struttura semplice e diventa parte integrante del mito. 

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Il valore del fallimento, l’importanza dell’esperienza, la complessità di una realtà fatta di sfumature e, soprattutto, la possibilità di scegliere ciò che vogliamo essere, sono tutti messaggi importanti per nuove generazioni, quei ragazzini che cercano in queste storie, come un tempo facevano le diverse società nei propri miti, modelli di comportamento esemplari.

D’altronde, «la facilità con cui il pubblico si immedesima nella storia e nei suoi personaggi, è data […] dal fatto che i valori che vi sono rappresentati […] li emozionano al punto tale da spingerli all’emulazione. Quando la storia funziona i suoi eroi diventano facilmente dei modelli sociali. La gente vi si ispira, pur sapendo che non sono reali, perché comunque sono reali le forze, i problemi, le domande che essi mettono in gioco nel racconto» (De Sanctis, 2015).

Star Wars ha totalmente permeato la cultura popolare come nessun altro tentativo di mitopoiesi moderna, arrivando a cambiare la vita delle persone. «I valori della narrativa di Star Wars, in particolare, che vengono trasferiti dallo spazio immaginario alla vita di tutti i giorni. […] L’etica sociale è sottolineata da molti fan, che dichiarano di aver cambiato le loro opinioni etiche dopo aver visto Star Wars o riportano di aver visto i loro valori confermati nelle scelte e nelle azioni degli eroi di Star Wars» (Davidsen, 2016, pp. 379-380).

«Togli i mito e considera le azioni dei Jedi» dice Luke a Rey, elencando tutta una serie di errori che hanno portato prima l’Impero poi il Primo Ordine al potere, nel tentativo di farle capire perché la fine dei Jedi sia necessaria. Ma la Galassia, stretta nella morsa totalitaria del Primo Ordine, ha bisogno ancora di leggende. E di eroi.

E nell’ultimissima, commuovente, sequenza de “Gli ultimi Jedi”, vediamo come le azioni, le gesta eroiche di Luke e della Resistenza, si sono fatte mito (mito nel mito), tramandato oralmente e arrivato fino a quei bambini che guardano le stelle e sognano di poter fare la loro parte nel costruire un futuro migliore.

Che la Forza sia con loro.

Per approfondimenti

Assmann, J. (1992). Das kulturelle Gedächtnis: Schrift, Erinnerung und politische Identität in frühen Hochkulturen, tr. it La memoria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Einaudi (1997), Torino.

Bettini, M. (2012), “Introduzione”, in Per un atlante antropologico della mitologia greca e romana a cura di Francesca Marzari, pp. ii-vii.

Brelich, A. (1991). Introduzione alla storia delle religioni. Roma: Edizioni dell’Ateneo

Burkert, W. (1993), “Mythos - Begriff, Struktur, Funktion”, in F. Graf (Hrsg.), Mythos in mythenloser Gesellschaft, Das paradigma Roms, Stuttgart ‐ Leipzig, pp. 9 ss.

Campbell, J. (1949), The Hero with a Thousand Faces , Tr. It. L’eroe dai mille volti (2016), Lindau, Milano.

Davidsen, M. A. (2016), “From Star Wars to Jediism. The Emergence of Fiction-based Religion”, in Ernst van den Hemel and Asja Szafraniec (eds), Words: Religious Language Matter, 376–389, 571–575. New York: Fordham University Press. 

De Martino, E. (1973). Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo. Terza Edizione (2007). Universale Bollati Boringhieri. Bollati Boringhieri.

De Santis, G. (2015), “Star Wars as Religion. Jedismo e cultura convergente”, in Botta, S., Canella, T., (a cura di), Le Religioni e le Arti. Percorsi interdisciplinari in età contemporanea (Quaderni di Studi e Materiali di Storia delle Religioni), Morcelliana, Brescia, 2015.

Halbwachs, M. (1950), Les cadres sociaux de la mémoire, Paris, tr. it. I quadri sociali della memoria, Ipermedium (1997), Napoli.

Moyer, B. (1999), Of Myth and Men. Interview with George Lucas, comparsa sul «Time» del 18 Aprile 1999 e consultabile su <http://content.time.com/time/magazine/article/0,9171,23298,00.html>.

Propp, V. ( 1928), Morfologiija skazk, Tr. It. Morfologia della fiaba (2000), a cura di Gian Luigi Bravo, Torino, Einaudi.

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