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Riletture di Jim Thompson

«Il più spaventoso e credibile racconto in prima persona su una mente criminale che abbia mai letto».
Sono parole di Stanley Kubrick riferite al romanzo di Jim Thompson, “L’Assassino Che È In Me”. L’autorità del commento ci porta a una considerazione preliminare: l’artigianato (come viene ingiustamente definito) dello scrittore è in realtà uno dei capisaldi non solo del romanzo noir americano (e del romanzo tutto) ma anche del cinema. Lo stile di Thompson è fatto di parole a ventiquattro fotogrammi al secondo, con tutta la pienezza dell’alta letteratura. Il suo mondo va oltre il concetto dell’amoralità. Il caso, il destino, la fatalità tragica, elementi fondanti del noir, vengono rivoltati con una libertà sconvolgente, attraverso una serie di “mostri” che conservano tuttavia un realismo tutto umano e un cinismo che prosciuga le ultime gocce del romanticismo di Hammett e Chandler, che pure nelle trasposizioni dei loro romanzi al cinema si viedero decurtare buona parte del nero delle loro pagine dalla Hollywood maccartista e bigotta.

Da questo punto di vista Thompson è l’eccezione dell’eccezione. Le sue trame losche, i suoi personaggi quotidiani persi nei gangli tortuosi del noir non serbano sconti, non indorano la pillola e si presentano al lettore (ma non allo spettatore dell’epoca) in tutta la loro realistica deformità, in cui però – e qui l’aspetto più angosciante – permane la traccia dell’umanità, ciò che li rende parte di noi, che lo vogliamo o no.

Prima di Winterbottom c’era stato Sam Peckinpah con “Getaway!”, certo un regista non delicato e uniformato, ma pure il finale del suo film sconfinava in un romanticismo melanconico che è tutta farina dell’autore del “Mucchio Selvaggio”, dove invece in Thompson non c’era altro che la macabra ironia dell’homo homini lupus. Poi era arrivato Tavernier con “Colpo Di Spugna”, interpretato da un grande Philipe Noiret, in un ruolo che molto ricorda Lou Ford. E veniamo dunque a Winterbottom. Il cinema degli anni zero è ormai il cinema del post-tutto. Qualsiasi elemento eversivo, violento (esplicitamente o concettualmente) è stato sviscerato dal cinema come dalla televisione. Nel caso di Thompson – dove non mancano certo sangue e pestaggi – si tratta soprattutto di una violenza di tipo psicologico, cucita, nel nostro caso, quasi interamente sulla voce narrante e protagonista, Lou Ford, interpretato da Casey Affleck.

L’attore non ha bisogno di conferme, ma era l’aria da sbarbatello mingherlino a farmi dubitare che potesse vestire i panni di uno sceriffo del profondo Texas, violento e sadico. Casey Affleck invece con la sua litania recitativa, quel parlare a metà tra lo smozzicato e l’impacciato, crea una copia al nero del suo Robert Ford. La scelta di Winterbottom serve dunque a spiazzarci: dopo un paio di chiacchiere ci mostra con un primissimo piano il vero volto dell’assassino che è in Affleck, e l’attore regala alla cinepresa un abisso di perversione sottaciuta. Sebbene il film tenti un po’ a forza un’eziologia freudiana alla violenza del personaggio, per il resto si tiene molto fedele al testo originario e al mondo-epoca che racconta, a cominciare dai titoli di testa, che riesumano la Hollywood dei noir anni Cinquanta.

Michael Winterbottom pur non cedendo alle trappole del moralismo non riesce sempre a venire a capo di tutte le fila della vicenda e chiude il film con un incendio in digitale bruttarello assai. Forse il film soffre di una certa freddezza, generata soprattutto dal mancato approfondimento completo dei personaggi di contorno (donne in primis), a favore di un occhio di bue tutto focalizzato su Affleck, che però da solo riesce a sopperire alle mancanze del film e ad attrarre in sé il marcio fetido delle pagine di Thompson.

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