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Rinnovata la fiducia alla camera

Assolutamente imperdibile l’appuntamento di questa sera, quando il minuscolo palco del Black Horse Pub di Cermenate verrà posseduto dall’attuale incarnazione degli House Of Lords, la splendida creatura musicale sorta dalle ceneri dei mai dimenticati Giuffria. Sponsorizzata per non dire manipolata dal linguacciuto Gene Simmons, la band lasciò un segno indelebile con l’omonimo debut album, un disco stratosferico a cui dare un seguito di pari caratura si rivelò impresa quasi impossibile. Per quanto validi, infatti, ne “Sahara” ne tanto meno “Demons Dawn” riuscirono nell’intento di ricreare le magiche atmosfere evocate nel disco d’esordio, determinando di fatto il progressivo sfaldamento di una band che risorgerà solo nel nuovo millennio, grazie all’entusiasmo del suo front-man James Christian. Il processo non è stato esattamente indolore, come dimostra il passo falso di “The Power And The Myth”, ma grazie a due ottimi dischi come “World Comes Down” ed il recentissimo “Come To My Kingdom” il buon nome dei Lords sembra definitivamente riabilitato.
La serata viene scaldata dall’hard rock dal sapore neanche troppo velatamente stradaiolo dei nostrani Midnite Sun, che con un set breve ma decisamente intenso presentano i brani del loro full-length “Groovy SEXplosion” e preparano degnamente il terreno a Christian e soci, che prendono possesso del palco intorno alle 23.00 con una micidiale “Sahara”. Appena il tempo di smaltire “Chains Of Love” ed arriva il colpo basso con quella che è giustamente considerata LA power-ballad per eccellenza. Si tratta ovviamente di “Love Don’t Lie”, che farà strage di un pubblico la cui età media è inevitabilmente più vicina agli anta che agli enta. Classici vecchi e nuovi si susseguono a ritmo incalzante, magistralmente interpretati da un James Christian sulla cui voce lo scorrere degli anni non sembra aver lasciato gli stessi impietosi segni che ha lasciato sul suo fisico, ed ottimamente complimentato dai tre musicisti che lo accompagnano oramai da qualche hanno, e che sul palco si dimostrano tanto affiatati quanto efficaci. Volendo cercare il pelo nell’uovo, è un vero peccato che in line-up non sia stato inserito un tastierista: l’utilizzo forzato di basi pre-registrate nei brani in cui servono le tastiere mina non poco la dinamica della performance, che inevitabilmente tende a perdere in spontaneità. Ma è solo un dettaglio, ampiamente compensato dalla qualità del materiale presentato – di fronte a brani del calibro di “Pleasure Palace”, “Slip Of The Tongue” e “I Wanna Be Loved” non possiamo fare altro che inchinarci. Come avrete capito il set si è rivelato ottimamente bilanciato tra vecchio e nuovo, ed arricchito da un’eccellente cover di “Can’t Find My Way Home” dei Blind Faith, perfetto terreno di gioco per le calde tonalità di Christian. Sulle note di una esaltante “S.O.S. In America” si chiude uno show a tratti esaltante, a tratti commovente e che lascia il pubblico nella speranza che la band mantenga quanto prima la promessa di tornare presto a calcare i palchi italiani.

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