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Ritorneremo alla chanson de geste

Diritto & Rovescio si occupa spesso della propugnata riforma del diritto d’autore, tra spinte moderniste dei netizen ed oltranzisti difensori di uno status quo ormai scardinato dalla pirateria. Cosa conviene conservare per il nuovo millennio e cosa invece bisogna abbattere? Trionferà la libertà di circolazione della cultura o, al contrario, i vincoli della proprietà “tradizionale”?
Quel che è indubbio, nei fatti, è che stiamo attraversando un’epocale svolta socio-giuridica e dei costumi.
Di ciò, peraltro, stanno discutendo da mesi i ministri della Comunità Europea, recentemente riuniti al tavolo per votare la proposta Sarkozy.

Di questo, oggi e nelle successive uscite, parlaremo e discuteremo con Voi, chiamati tutti a lasciare il Vostro commento, per aprire un serio e intenso dibattito.
Ma facciamo un passo indietro e analizziamo cosa sia ciò che oggi viene definito “il copyright sulla cultura”.

Fino a poco tempo fa, la parola “copyright” (o, secondo la traduzione italiana, “diritto d’autore“) non veniva menzionata nel nostro parlare quotidiano. Dall’avvento di internet, invece, si sente sempre più spesso discutere di pirateria, download illegale, opere protette. La lotta alla pirateria entra nelle agende dei Governi, le leggi diventano più restrittive e non sono rari i casi di persone portate in giudizio per aver scaricato e diffuso opere protette dal diritto d’autore.

Lasciando in nota gli spunti storici, l’attuale normativa italiana distingue, all’interno della categoria del diritto d’autore, due diverse tipologie: i diritti morali e quelli patrimoniali, che sorgono entrambi in capo all’autore nel momento della creazione.
Tuttavia, i primi – tra cui per esempio il diritto di paternità dell’opera – sono eterni, non hanno una durata limitata e sono indisponibili (ossia l’autore non può spogliarsene ed alienarli ad altri soggetti).
Al contrario, i diritti patrimoniali (ossia quelli di sfruttamento economico dell’opera) sono disponibili (possono cioè essere ceduti con un normale contratto) e hanno una durata limitata a 70 anni dopo la morte dell’autore. Spirato questo termine, l’opera diventa di pubblico dominio, ossia chiunque può riprodurla senza dover chiedere permessi.
Ciò spiega la finalità effettiva del diritto d’autore: non un ostacolo alla produzione artistica, ma un incentivo. Una volta che l’autore ha ricavato il suo profitto, l’opera deve tornare alla società per poter essere utilizzata da tutti. Sarebbe piuttosto scomodo dover rintracciare gli eredi di Mozart per chieder loro il permesso a suonare ogni sua sinfonia.

Negli ultimi quindici anni, però, le cose sono decisamente cambiate.
Le tecnologie hanno abilitato una serie di comportamenti che hanno modificato le regole del gioco. Prima dell’avvento del laser, infatti, il diritto d’autore riguardava unicamente le industrie di produzione, mentre i consumatori non ne percepivano l’esistenza sul prodotto, che entrava nelle case già confezionato in un supporto materiale. Oggi invece, con la digitalizzazione dei contenuti e la perdita della materialità del prodotto, i consumatori hanno iniziato ad interagire col prodotto stesso, a remixare i contenuti, a crearli, a condividerli con il mondo attraverso delle piattaforme. E questo ha fatto sì che le persone comuni abbiano scoperto che tutto ciò che facevano prima, con la loro cerchia di amici, non era consentito o, quanto meno, non lo era più se la cerchia diveniva più ampia (magari tutti i soggetti presenti sulla stessa piattaforma di file sharing).
[PAGEBREAK] Avvengono così delle cose stravaganti: come un video su youtube di un bambino che balla una canzone di Prince viene rimosso perché la label titolare dei diritti sulla canzone ne chieda l’oscuramento, ritenendo ciò una violazione del proprio copyright.
È evidente che tale atteggiamento psicologico non ha nulla a che vedere con la tutela del copyright, ma è solo una forma di controllo totale sull’opera, un messaggio chiaro da parte dei produttori, che pretendono che qualsiasi utilizzazione pubblica dell’opera debba passare attraverso il loro permesso e il loro lucro.

C’è quindi, da un lato, l’atteggiamento dei titolari dei diritti, che va al di là dei limiti stessi della legge (un po’ come avveniva nell’epoca medioevale con i grandi latifondisti). Dall’altro lato, la gente si sente spossessata di tutte quelle utilizzazioni dell’opera che prima effettuava tranquillamente e che continua a fare nello stesso modo di prima, solo che adesso sono visibili e quindi condannate. È come se le case fossero diventate trasparenti!

Ecco che gli innocenti netizer sono diventati automaticamente, per presunzione assoluta, dei pirati. Se si possiede un pc versatile ed una connessione veloce alla rete internet, si è considerati dei potenziali criminali.
Ed ecco che le major hanno iniziato ad introdurre delle misure tecnologiche antipirateria: cd non copiabili, ma che non funzionano su alcuni lettori; mp3 che possono essere ascoltati su un unico apparato (per es. Ipod) e non su altri apparecchi (sebbene il proprietario sia lo stesso ed ha legittimamente pagato il prodotto).
Tutte queste misure spaventano l’utente, perché ne limitano la libertà a cui era abituato prima dell’avvento del digitale, sicché i grandi distributori di musica hanno deciso di rinunciarvi.

Questo non vuol dire che le major abbiano abbandonato il campo di battaglia: al contrario, il gioco si sta spostando su terreni ben più preoccupanti.
I distributori, mettendo in discussione il principio della neutralità della rete, hanno deciso di “bypassare” la legge ed i procedimenti giudiziari, stringendo accordi direttamente con i provider. Ecco che si crea a monte un vero e proprio collo di bottiglia, per fare in modo che il P2P vada lentissimo (mentre, per 0,50 cents, è possibile scaricare il brano da un’altra piattaforma in modo estremamente veloce).
Ed ecco che, in questo quadro, si inseriscono proposte, come quella francese, che prevede la disconnessione dalla rete e la sospsenione da 3 a 12 mesi dal proprio abbonamento internet, ad opera del provider, nel caso di ripetuta violazione, da parte dell’utente, del diritto d’autore. In Italia, il decreto Urbani, prima di essere modificato dopo un anno di vita, prevedeva anche il carcere per chi scaricava o condivideva materiale protetto su internet, anche senza scopo di lucro. Ad oggi, per ogni file condiviso si rischia una multa dai 100 ai 1000 Euro.

Queste proposte hanno l’indiretto significato di trasformare internet da mezzo di comunicazione e di gioco, quale era nato, in uno strumento di tutela dei grandi interessi e, in definitiva, in un dispositivo commerciale attraverso cui vendere i prodotti. Si ripropone, insomma, il classico conflitto tra gli interessi del popolo e quelli della borghesia industriale.
Ma il punto è che tali prodotti non sono più di qualità e durano lo spazio di un’estate, di un evento e così via.
[PAGEBREAK] La situazione che stiamo vivendo si profila, dunque, molto simile a quella dell’antichità, in cui tutte le forme di cultura popolare (racconti, ballate, musiche) erano creazioni collettive e anonime, libere e di pubblico dominio.
Le major del disco, del cinema e dell’editoria non potranno contrastare questa direzione. Perché la flessibilità del digitale è tale che, una volta digitalizzata l’opera, essa diventa liquida: e ciò che è liquido non può essere bloccato e regimentato.
Il digitale consente il remix della cultura, attraverso la rimescolazione degli elementi (si pensi all’hip hop); consente di rieditare i testi, di rimescolare le note, di campionare la musica, di sincronizzarla in modo innovativo.

Si torna dunque alla tradizione dei cantori della chanson de geste; o al 700, in cui autori come Vivaldi e Beethoven non si preoccupavano di prendere opere di altri (spesso popolari) per operare variazioni sul tema; o, infine, a quando era pressoché impossibile stabilire se un dipinto era di Rubens o di un suo collaboratore di bottega.
Ecco perché ci piace, in modo forse visionario, affermare che oggi la produzione della cultura non è più in mano alle grandi aziende. Ed è forse proprio ciò che spaventa maggiormente queste ultime.

C’è infine un ultimo aspetto da considerare: vi è una progressiva sovrapposizione tra la categoria dei produttori e quella dei consumatori. Le due platee si identificano e si mescolano tra loro, essendo oggi il consumatore finale anche creatore, E si tratta della platea più vasta che qualsiasi altra epoca abbia mai conosciuto: ciò che ne rende impossibile il controllo.

Il consumatore, dunque, non sente più la necessità di pagare “il biglietto” se è lui stesso in grado di costruire il prodotto. Si opera secondo la logica del baratto, Ciascuno condivide quello che fa con quello che fanno gli altri. Perché, allora, si dovrebbe comprare quello che non si può toccare, modificare e modellare? Siamo entrati nell’era della collaborazione di massa. Le persone cooperano e realizzano insieme le opere piuttosto che acquistarle già fatte da altri.

Tra breve, anche i ragazzini di quattordici anni riusciranno a realizzare produzioni al pari di Star Wars, che distribuiranno in rete per la libera circolazione, chiedendo a chiunque di migliorarle, secondo l’idea che l’opera è sempre un work in progress e non è mai finita.

Tale auto-gestione produttiva, in grado di fare concorrenza alle multinazionzionali, conosce già due esempi di lampante evidenza: il sistema operativo Linux e l’Enciclopedia libera Wilipedia. Non sono i soli. Milioni di utenti caricano i loro video su Youtube. Tutti questi progetti vivono della collaborazione spontanea di migliaia di utenti che usano delle licenze libere.

Le major vorrebbero però farci credere che questi sistemi, unitamente alla pirateria, uccidono la creatività e l’arte.
Non è affatto vero!
Questa è solo la crisi del diritto d’autore, inteso nel senso tradizionale. Essa colpisce unicamente l’industria della produzione culturale, non già la creatività in sé, che anzi, in questo ultimo decennio, ha conosciuto un’esponenziale crescita: si pensi a quante migliaia di autori e di dischi si pubblicano ogni giorno, distribuiti in tutto il mondo attraverso vari canali, anche indipendenti, ma non per questo meno interessanti a livello artistico.

È dunque il diritto d’autore – e non l’arte – a dover trovare un nuovo equilibrio in questo mutato scenario.

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