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Ritorno alla commedia agrodolce e corale

Dopo la presentazione al Festival di Berlino, arriva nelle sale il 12 marzo “Mine Vaganti”, l’ultimo lavoro di Ferzan Ozpetek. Abbiamo incontrato il regista alla conferenza stampa, insieme al suo nutritissimo cast: Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Ilaria Occhini, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci e Carolina Crescentini. Sono presenti in sala anche il produttore Domenico Procacci, lo sceneggiatore Ivan Cotroneo e Patty Pravo, interprete della canzone inedita “Sogno” che accompagna i titoli di coda.

Ferzan Ozpetek, come definirebbe il suo film?
Un film felice. Lo abbiamo fatto tutti insieme modificando il copione durante le riprese, improvvisando ed inserendo cose che ci venivano in mente lì per lì. Ci sono anche molti riferimenti personali: il personaggio di Elena Sofia Ricci è costruito sul ricordo di alcune zie della mia infanzia, mentre quello di Ennio ricorda mio padre. Mi piace mettere nei film cose che vedo, sento e vivo in prima persona. È davvero il risultato di un periodo molto felice della mia vita.

Girando il film a Lecce si è voluto affrancare dal suo cinema d’ambientazione romana?
È stato un film di cambiamenti. Sono abituato a mettere sempre le stesse cose e a lavorare con le stesse persone per scaramanzia. Ho finalmente sperimentato una maggiore libertà rispetto alle mie manie ed ho lavorato in modo molto più rilassato.

Come ha scelto il cast di “Mine Vaganti”?
Solitamente io non faccio provini “tradizionali”, scelgo gli attori “a sensazione”, intorno ad un tavolo e durante una lunga chiacchierata. In questo caso per il ruolo di Alba ho provinato ben dodici attrici, e non è stato facile per me che non sono avvezzo a questa pratica. Non è stata una scelta semplice perché devo ammettere che il cinema italiano è pieno di giovani attori estremamente talentuosi.

Una delle scene più belle vede protagonista Ilaria Occhini e un cabaret di dolci che ricorda “La Finestra Di Fronte”.
C’erano due scene che non vedevo l’ora di girare: quella dei dolci davanti allo specchio e quella finale in cui si fondono passato e presente. Quanto ai dolci o alle famose tavolate, sono in effetti motivi ricorrenti nei miei film e sono felice di non aver avuto il timore di essere giudicato autoreferenziale. Se una cosa mi piace, la metto. Ho addirittura aggiunto un maggior numero di scene intorno ad una tavola per sfregio verso quel critico che scrisse che le mie tavolate gli davano il voltastomaco!

Nel film sembrano esserci due anime: agli attori giovani è affidato il registro melodrammatico, agli altri quello comico-satirico che ricorda “Signori E Signore” di Germi. È d’accordo?
Grazie per l’accostamento. In realtà non vedo una divisione. Tommaso, il personaggio interpretato da Scamarcio, è il perno intorno a cui ruota tutto il film e da cui si diramano il rapporto coi genitori, quello col fratello, con la nonna e con tutta la famiglia. Credo sia un film tipicamente corale. L’impianto di fondo è leggero: l’idea era quella di far emergere gli aspetti comici da una situazione drammatica. È stata un’esperienza liberatoria.

Diversamente dalle famiglie degli affetti dei film precedenti, qui si racconta la storia di una famiglia di sangue.
Ozpetek: A 51 anni cominci a rivalutare il rapporto con i tuoi genitori e questo film me ne dava l’occasione. È stata un’evoluzione tematica naturale, anche se il mio ideale resta quello della famiglia allargata: in fondo più hai meglio è. Che si tratti di famiglia tradizionale o meno, quello che a me interessa sono i sentimenti.

Savino: I Cantone sono una famiglia del sud molto tradizionale, all’interno della quale l’omosessualità del figlio scoppia come una bomba e i momenti comici vengono fuori per contrasto proprio dalle reazioni di questa famiglia. Il film si può leggere anche come l’irruzione di una famiglia tradizionale nella vita di un gruppo di ragazzi gay perfettamente risolti, sereni ed autoironici. Al contrario la famiglia Cantone è messa proprio male!

In che modo Riccardo Scamarcio ha affrontato il ruolo del protagonista?
Temevo che il pubblico potesse avere delle difficoltà ad entrare in empatia con un protagonista così insolito, sfumato e delicato. Sarebbe stato un problema, perché Tommaso è la linea guida del film e lo spettatore rischia di perdersi nei caratteri di contorno. Ho cercato di rendere questa passività, accettandola pienamente e comprendendo la sua scelta di non reagire alle ingiustizie che subisce. È stato molto difficile.

E Preziosi come si è accostato al personaggio di Antonio?
Il mio obiettivo era riuscire a giustificare l’atteggiamento di Antonio verso Tommaso. Dice di capirlo e di volergli bene, ma gli gioca un brutto tiro solo per affermare la frustrazione di aver tenuto nascosto un segreto così a lungo. È come se il destino di questi fratelli sia quello di rubarsi le cose a vicenda e di soffrire la mancanza di una felicità da poter condividere realmente insieme. In fondo sono entrambi dei potenziali assassini della normalità della loro famiglia. E il film racconta proprio questa capacità di tutti, volontaria o involontaria, di destabilizzare gli altri, come mine vaganti. [PAGEBREAK]

Come avete lavorato sul rapporto tra i due fratelli?
Preziosi: Il rapporto tra Antonio e Tommaso e quello tra me e Riccardo nascevano entrambi dalla necessità di studiarsi, guardarsi e chiarirsi. Come attori partivamo da approcci diversi: da parte mia mi ponevo mille domande per capire le motivazioni del personaggio, dall’altra c’era la capacità di Riccardo di mettermi in difficoltà ed aiutarmi al tempo stesso. E Ferzan è stato bravissimo nel cucire questo rapporto e farlo sembrare autentico: un rapporto di amore e odio che nasconde una infelicità comune e costante.

Scamarcio: Abbiamo cercato di instaurare un tipo di sguardo tra di noi da cui trasparisse non solo la tensione ma anche l’intimità fraterna. La mia scena preferita è quella della lotta: a volte si riesce a raccontare molto di più attraverso il corpo e la fisicità, piuttosto che con le parole. Non è stato facile, per me che sono tendenzialmente molto impulsivo, recitare il ruolo di un ragazzo tutto sommato molto equilibrato e moderato. Con Alessandro però mi sono trovato benissimo ed è stata un’esperienza emozionante.

Nicole Grimaudo, come è stato tornare a lavorare con Ozpetek?
È stato molto difficile costruire il personaggio di Alba soprattutto perché il suo ingresso smorza i toni della commedia ed introduce un elemento diverso della trama: la storia di un innamoramento che non può compiersi pienamente. Abbiamo cercato di mantenere un equilibrio tra risate e tensione emotiva, raccontando tutto il dolore di questa ragazza anche solo con gli sguardi.

Ozpetek, non pensa che, protagonisti a parte, venga fuori una rappresentazione dell’omosessualità piuttosto stereotipata?
Non la metterei in questi termini. Gli amici di Tommaso portano scompiglio, leggerezza ed armonia ma non abbiamo accesso alle loro storie private. Sono in vacanza e vogliono divertirsi, ma potrebbero vivere anche degli inferni privati di cui non sappiamo nulla.

Com’era l’atmosfera sul set?
Scamarcio: Posso dirlo? Il terzo giorno io e Ferzan abbiamo avuto una litigata furiosa. Ogni mattina mi svegliavo e mi tagliavano i capelli! È un trauma farsi tagliare i capelli durante le riprese! Ho minacciato di andarmene, ma devo ammettere che era solo un pretesto per conoscersi e studiarsi, come accade sempre all’inizio di un percorso.

Ozpetek: Sono d’accordo. Anche a Nicole ho chiesto di tagliarsi i capelli e all’inizio non l’ha presa bene. E ad Elena Sofia Ricci glieli ho fatti tingere di rosso. È stata davvero fantastica, così disponibile ad ogni mia richiesta.

Ricci: Ogni mattina Ferzan veniva sul set e si assicurava che mi avessero invecchiata ed imbruttita a dovere. Due ore ogni giorno per ridurmi in quello stato. Ci mancava solo che me menassero (ride)!

Grimaudo: Quando si recita con Ferzan bisogna arrivare sul set con i cuori aperti ed essere preparati a rimettere tutto sempre e continuamente in gioco. Questo rende le cose complesse, ma anche estremamente emozionanti e ricche di soddisfazione.

Ozpetek: C’era molta agitazione e tensione all’inizio, è vero. Eravamo così tanti che si avvertiva la necessità di capirsi e conoscersi meglio.

Cosa significa la battuta “Siamo nel 2010, non nel 2000″?
Ozpetek: Nel 2000 si accettavano tante cose con più facilità, eravamo tutti più ottimisti ed aperti verso il prossimo. Oggi il mondo è cambiato moltissimo e non parlo solo dell’Italia. L’11 settembre e gli anni della presidenza Bush hanno generato un clima di sospetto verso il prossimo. Ostilità e sospetto che non ho trovato nel Salento, dove mi sono trovato benissimo.

Fantastichini, ci parli di questa figura paterna così grottesca e riuscita.
Credo che oggi ci sia in atto un’omofobia ed una violenza nei confronti della diversità che è davvero preoccupante. Vorrei che il mio paese cambiasse il punto di vista su determinate questioni. Per me esistono le persone tout court: gli orientamenti sessuali e religiosi sono temi privati. Sono gli orientamenti politici ad impensierirmi di più. Un genitore deve solo chiedersi se il proprio figlio è felice o meno. Nel ritratto di Vincenzo ho tentato di raccontare un uomo vittima degli stereotipi, delle sue convinzioni, del suo totem, simile a tanti altri uomini che non si fanno mai domande personali e dirette. Credo che il fulcro del film sia il tema della tradizione e la necessità di superarla e trasfigurarla in una nuova visione che accolga tutti. Se soltanto riuscissi a far cambiare idea ad una persona con il mio personaggio sarebbe un grande risultato.

Ricci: Condivido tutto quello che ha detto Ennio: questo è un film sull’amore nelle sue mille forme e mille possibilità. E devo aggiungere di non aver mai provato un’emozione così forte su un set.

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