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Ritorno degli Oasis al Palaverde

Un evento degli Oasis ha sempre qualcosa di divertente e di epico: l’accento inglese che ricorda quello degli Spinal Tap quando si prendono molto sul serio; l’ironia tagliente dei fratelli Gallagher. Ma anche la bravura, il genio, il fottuto tiro rock’n’roll che hanno soltanto loro e che, quando parte, sa portare la mente e le emozioni in un altro posto dove non erano state prima.

Dal 29 Ottobre 2005 ad oggi, il tempo trascorso è quello che serviva per far rinascere il bisogno del loro ritorno al palazzetto che ha ospitato numerose vittorie sportive ed innumerevoli act musicali di punta. Viene difatti annunciato, come prevedibile con ampio anticipo, il tutto esaurito. Il Veneto è qui, per sentire come i nostri di Manchester sanno portare gli anni, come sanno affrontare le difficoltà tecniche di Liam, e come sanno trasmettere le emozioni di una scaletta telecomandata, già sentita nelle altre date del tour.

La risposta è sul palco. Su una cosa, i fratelli Gallagher hanno ragione: sono tra le rock star più fortunate e più in gamba del panorama musicale. Quando entrano in scena con la forza di una “Fuckin’ In The Bushes” è impossibile trattenere l’orgoglio, ed il vantaggio psicologico di un classico sempreverde dell’indie rock, di un esempio da enciclopedia dell’incastro ritmico.

Come d’accordo, segue “Rock’n’Roll Star” e qui entra in gioco la magia: gli Oasis sono cinque occupanti di uno spazio geometrico. Giocano a zona, statici ma coperti da una difesa di schermi LCD che ingrandiscono le loro performance individuali, e aggiungono il dinamismo che serve a fare show. Due accordi, e si riconosce subito la canzone; ma si gode dal primo istante perché hanno il sapore dell’immortalità, perché anche nei nuovi brani sono il classico, l’essenziale che non deve cambiare, mai.

Tra i cori di rimando del pubblico, le luci, gli effetti, il fumo, la postura di Liam sull’asta del microfono, o la sua posa vigile sugli spettatori e sul resto del gruppo, ci si immerge fino a rendersi conto che da quando il divertimento è partito una ritmica colossale sta riempiendo l’aria, mutando il piacere in Rock melodico. Le recenti “Lyla” e “The Shock Of The Lightning” sono un’accoppiata da vertigine carismatica, che trascina con un killer groove cavalcato dagli Oasis come neanche Rusty Miller sulle onde della Byron Bay.

Si alternano strategicamente brani più aperti come “The Masterplan”, l’ultimo singolo “I’m Outta Time”, e l’immortale “Champagne Supernova” che non può smettere di far sognare con la sua armonica ed elettrica pienezza. Qui è più lento il trascinamento coinvolgente, e si può apprezzare il muro sonico dorato e monumentale che il sestetto crea con semplice perfezione.

L’inaspettata versione acustica di “Don’t Look Back In Anger” fa cantare tutto il Palaverde mentre a chiudere arriva la beatlesiana “I Am The Walrus”, che si congeda con la potenza e la distorsione di “Helter Skelter” in strumentale. Unica nota tiepida resta la voce di Liam, che non tiene una vocale per più di mezzo secondo e che saltuariamente sbaglia, facendo un po’ di compensazione con le sue pose da rock star ed il suo inconfondibile timbro.

Gli Oasis terminano il concerto da dominatori, da padroni di casa. È difficile chiedere di più quando uno spettacolo è talmente piacevole che lo si vorrebbe rivedere tale e quale: quando il talento respira nell’immediatezza ben congeniata, ogni reinvenzione sarebbe una forzatura. Gli Oasis stasera sono stati quasi perfettamente loro stessi, e sentir vibrare quelle melodie che anni fa sembravano uscire persino dai tombini era quanto tutti sognavano.

Fuckin’ In The Bushes
Rock’n’Roll Star
Lyla
The Shock Of The Lightning
Cigarettes & Alcohol
The Meaning Of Soul
To Be Where There’s Life
Waiting For The Rapture
The Masterplan
Songbird
Slide Away
Morning Glory
Ain’t Got Nothing
The Importance Of Being Idle
I’m Outta Time
Wonderwall
Supersonic
Don’t Look Back In Anger
Falling Down
Champagne Supernova
I Am The Walrus

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