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Ritratto della giovane in fiamme | La politique de l’amour di Céline Sciamma

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A Roma per l’uscita italiana del suo film più recente, “Ritratto della giovane in fiamme” (“Portrait de la jeune fille en feu”, premio per la miglior sceneggiatura a Cannes – qui la recensione), la regista francese Céline Sciamma parla con un tono di voce calmo e sicuro: ogni parola è scelta con precisione, ogni idea espressa contribuisce a delineare la visione del mondo, e dell’arte, di un’autrice dalla filmografia ancora piccola ma già molto caratterizzata per argomenti ed estetica.

I primi tre film diretti da Sciamma, “Naissance de pieuvres” (2007), “Tomboy” (2011) e “Diamante nero” (“Bande de filles”, 2014) mettono in scena il rapporto tra gli individui (nel caso specifico, bambine e ragazzine) e i loro gruppi sociali di riferimento, e i modi attraverso i quali questo rapporto si intreccia con la formazione dell’identità. Sia “Tomboy” che “Diamante nero” insistono molto, non a caso, sui nomi che le protagoniste scelgono di utilizzare, in momenti diversi della loro maturazione, per definirsi e interagire con gli altri.

Portrait de la jeune fille en feu

In “Ritratto della giovane in fiamme” per la prima volta i personaggi di Sciamma sono persone adulte: ancora giovani, è vero, ma non più bambine. E il racconto si concentra su quel tipo di relazione – adulta, appunto – che per comodità potremmo chiamare di coppia, intesa però non tanto, o comunque non solo, in un’accezione sentimentale o esclusiva: a Sciamma interessa indagare la capacità e il desiderio che hanno gli esseri umani (nel caso specifico, donne) di lasciare il loro naturale stato di solitudine per aprirsi alla conoscenza profonda di un’altra solitudine. Solo da questa conoscenza, da questa connessione che non è facile né indolore, può nascere la felicità, e quindi l’affetto, e a volte l’amore.

Siamo nella seconda metà del 18esimo secolo: la pittrice Marianne (Noémie Merlant) arriva su una piccola isola della Bretagna con l’incarico di dipingere un ritratto. La giovane Héloïse (Adèle Haenel) è promessa sposa a un facoltoso milanese, e il quadro commissionato a Marianne servirà proprio per convincere il potenziale marito a concludere la transazione matrimoniale. Héloïse però non è d’accordo e si è già rifiutata di posare per un altro pittore, così la madre (Valeria Golino) chiede a Marianne, presentata come dama di compagnia, di lavorare in segreto, osservando di nascosto i lineamenti della modella per poi riprodurli a memoria sulla tela.

Un nuovo immaginario amoroso

«“Ritratto della giovane in fiamme” – spiega Céline Sciamma – esce dalla logica convenzionale nella quale il rapporto amoroso, così come quello creativo tra l’artista e la sua musa, è basato sul dominio. Le regole della scrittura creativa ci insegnano che alla base di una buona scena c’è un conflitto, una sorta di trattativa tra volontà opposte che vede, alla fine, una delle due prevalere sull’altra: io ho voluto invece esplorare un nuovo immaginario amoroso ed erotico, una politique de l’amour che non prevede una gerarchia di genere o di classe (nel film gioca un ruolo importante anche la governante interpretata dalla diciottenne Luàna Bajrami, ndr), ma una dinamica di égalité, di uguaglianza e parità tra i personaggi».

Anche quando le viene chiesto di parlare delle sue fonti di ispirazione, Céline Sciamma rifiuta di utilizzare un linguaggio gerarchico: sì, è vero, il film guarda a “La marchesa Von…” di Éric Rohmer («una ricostruzione d’epoca che rifugge la mondanità e gli orpelli esteriori») e a “Lezione di piano” di Jane Campion («in particolare l’arrivo di Marianne sull’isola nell’incipit»), ma «non mi piace parlare di omaggi, riferimenti o citazioni, preferisco definirlo un rapporto di amitié, di amicizia tra opere diverse che si tengono la mano».

L’amitié

Dicevamo della cura con cui Sciamma sceglie e pesa le sue parole, sia quando scrive le sceneggiature sia quando parla in occasioni pubbliche: amitié, dice la regista. Non è un termine casuale. Il concetto di spiriti affini che si rispecchiano l’uno nell’altro è un topos frequente nella rappresentazione letteraria degli amori tra donne: sono tanti i poemi e i romanzi occidentali che, tra il 500 e l’800, raccontano in varie forme il legame speciale tra fanciulle inseparabili, magari confinate su un’isola, fisica o metaforica, come Héloïse e Marianne.

Non parliamo chiaramente di letteratura queer nel senso contemporaneo del termine, ma di figure ricorrenti in opere molto diverse tra loro e che magari parlano di tutt’altro, dalle Rosalind e Celia create da William Shakespare in “Come vi piace” alle sorelle acquisite Alice e Cora in “L’ultimo dei Mohicani” di James Fenimore Cooper, passando per l’intensità di sentimenti che la piccola Jane Eyre di Charlotte Brontë prova nei confronti della compagna di collegio Helen. Per chi legge in inglese, una ricognizione completa sull’argomento si trova nel piacevolissimo saggio “Inseparable. Desire Between Women in Literature” di Emma Donoghue, nota anche al cinema per l’adattamento del suo “Room” diretto da Lenny Abrahamson.

Il significato di queste amitiés, così come le loro implicazioni più o meno sovversive, varia in base al periodo storico di appartenenza, ma c’è un dettaglio che le identifica tutte: il loro esistere al di fuori delle imposizioni sociali, familiari ed economiche rappresentate dall’istituzione matrimoniale che imbriglia invece i rapporti uomo-donna. «Perhaps what writers liked about this kind of bond was that it seemed so unlike the one between men and women as codified in marriage. They imagined it as pure emotion, soaring above the wordly concerns of law, economics, and reproduction», scrive Emma Donoghue.

A Céline Sciamma, che è una cineasta del 21esimo secolo, non interessa però una visione esclusivamente emozionale e romantica dei personaggi femminili, e cala Marianne e Héloïse in un contesto molto concreto: l’amore che nasce tra loro non è una fuga dalla realtà, ma uno strumento per vivere nella realtà, e nel futuro che le attende, in maniera più piena, consapevole e indipendente, se non sul piano materiale almeno su quello intellettuale.

Il ruolo dell’arte

E in questo senso l’arte ha una funzione importante: non solo la pittura praticata da Marianne, veicolo del gioco di sguardi e contro-sguardi che costruisce la sua relazione con Héloïse, ma anche la poesia (il mito di Orfeo e Euridice che diviene oggetto di accesa discussione) e la musica, presente nel film solo in due momenti molto forti. «Per le ragazze che vivevano in quel contesto storico – spiega Sciamma – trovare un libro da leggere o ascoltare della musica non era facile, quindi ho voluto mettere gli spettatori nella loro stessa condizione di desiderio e frustrazione».

E attraverso l’ultima, lunga inquadratura del film, così intima ed emozionante, Céline Sciamma ci mostra come «il cinema sia l’unica arte che consente di condividere la solitudine di qualcuno».

Foto in alto: Céline Sciamma a Roma con l’attrice Valeria Golino

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