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  • Ritual: The Hemulic Voluntary Band

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Il tintinnio della pioggia autunnale

Se dovessimo scegliere uno tra testo e musica, quale fattore più importante in una band, sono sicuro che in molti propenderemmo per la seconda (ma in effetti parliamo di dischi e non di libri). Se dovessimo scegliere chi buttare da una ipotetica torre eretta sopra l’importanza delle parole, lasciando sulla sommità solo chi merita almeno una sfogliata attenta al booklet, c’è il dubbio che anche i Ritual possano scivolare dalla torre, perché i testi non sono particolarmente ben scritti, poetici o evocativi. Ad un’analisi più approfondita si decide però che i Ritual vanno tenuti saldamente in cima alla torre, magari anche con una coccarda al merito, per la loro encomiabile ideologia “ecosofista”, vocazione degna del massimo plauso. Essere ecosofisti non fa vendere dischi, permette però a chi li scrive di riportarci “In The Wild”, a quell’Atlantide semplice e meravigliosa che abbiamo seppellito nel cemento, della quale non ricordiamo più il profumo e la quiete. Per riportarci in questo luogo ormai di fantasia non gli resta che ricorrere alla fiaba per bambini della quasi conterranea Tove Jansson, il mondo dei “moomin” che scoprono la bellezza della natura incontaminata, una fonte inesauribile di ispirazione per gli svedesi già dai primi dischi.
Se poi aggiungiamo che sanno suonare e scrivere canzoni con la freschezza e il candore di una scampagnata nel bosco, con un signor cantante e strumenti tipici della tradizione nordeuropea, mischiando rock, prog rock e folk in sei pezzi secchi senza filler, con una traccia epica da 25 minuti come finale, ne viene fuori l’ennesimo miracoloso disco, umile, genuino e geniale. Nel suo piccolo, relativamente alla band ed al genere in sé, pure innovativo.

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