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Rivedere Salò o le 120 giornate di Sodoma (al cinema) oggi

Dal 2 novembre la versione integrale di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini sarà nuovamente nei cinema italiani, grazie ad un restauro digitale realizzato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata dalla Cineteca di Bologna, a partire dai negativi originali messi a disposizione dal produttore del film Alberto Grimaldi, conservati dalla Cineteca Nazionale di Roma.

Un restauro complesso, soprattutto per il lavoro di color correction (per la particolare fotografia «senza tagli di luce, poco cinematografica, con una predominanza di colori acidi, verdi, cyan» scrive Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna), durante il quale Giandomenico Zeppa, colorist de L’Immagine Ritrovata, ha potuto lavorare con Carlo Tafani, operatore camera del film e collaboratore di Tonino Delli Colli, il direttore della fotografia di quasi tutte le pellicole di Pasolini.

L’ultimo film di Pasolini, tratto dal romanzo del Marchese de Sade “Le centoventi giornate di Sodoma” e ambientato nella Repubblica di Salò, durante l’ultimo periodo del regime fascista, torna in sala esattamente a 40 anni dalla sua morte, avvenuta proprio il 2 novembre 1975.

La storia di “Salò” è sicuramente una delle più travagliate del cinema italiano. Pochi giorni dopo la morte dell’intellettuale, l’11 novembre 1975, la commissione censura boccia la pellicola per le sue «immagini così aberranti e ripugnanti di perversione sessuale che offendono sicuramente il buon costume e come tali sopraffanno la tematica ispiratrice del film sull’anarchia di ogni potere». 

Mentre il 22 novembre viene presentato al Festival di Parigi, in Italia inizia una lunga controversia che andrà avanti per anni, anche dopo che, con il ricorso in appello, il film riesce ad ottenere il visto-censura e ad uscire il 10 gennaio 1976, senza tagli, in sole tre sale a Milano. Dopo appena tre giorni di programmazione, infatti, il film viene sequestrato dal Procuratore della Repubblica di Milano, che apre un procedimento penale contro il produttore Grimaldi per commercio di pubblicazioni oscene. Il produttore viene assolto in appello e si accorda con la magistratura per far uscire la pellicola con il taglio di quattro sequenze. Così, “Salò o le 120 giornate di Sodoma” esce di nuovo in sala 10 marzo 1977. La versione integrale verrà però diffusa solo nell’edizione home video del 1988.

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Quest’anno, alla 72esima Mostra del Cinema di Venezia “Salò o le 120 giornate di Sodoma” ha vinto il Premio Venezia Classici per il Miglior film restaurato (attributo da una giuria composta da ventisei laureandi in storia del cinema), acclamato da pubblico e critica nella stessa manifestazione dove, ironia della sorte, Pasolini aveva subito aspre critiche per opere come “Teorema” (1968, l’anno in cui l’autore si era unito alla contestazione contro lo «statuto fascista della Biennale», con la richiesta di autogestione immediata del festival nel nome della cultura) o “Porcile” (1969).

Ora che Pier Paolo Pasolini, da vivo attaccato da ogni fronte, è diventato un’icona, spesso svuotata della sua complessità, adesso che si assiste allo sdoganamento dell’uomo e dell’intellettuale e che non si contano più i fraintendimenti e le appropriazioni indebite del suo messaggio, il suo film più osteggiato e disperato esce nuovamente al cinema, permettendo alle nuove generazioni di sperimentare l’esperienza collettiva nella sala cinematografica di una delle opere più significative dell’artista.

Molti, infatti, considerano questa cruenta allegoria del potere una sorta di testamento di Pasolini. Tuttavia, la sensazione è che quest’opera disturbante «al limite della sopportabilità» (a detta di Pasolini stesso) fosse solo una tappa nella complessa riflessione dell’intellettuale sulla modernità, sul potere e sulla disfatta della società contadina. Film di rottura rispetto alla  precedente Trilogia della vita (dove viene mostrava l’innocenza dell’atto sessuale istintivo e puro, in contrapposizione al sesso come metafora del rapporto tra potere e i suoi sottoposti), avrebbe forse portato al successivo “Porno-Teo-Kolossal”, che purtroppo non vedremo mai.

Cosa vuol dire rivedere un film come “Salò”, con la sua travagliata storia di censura, oggi? Generalmente, quando si guarda ad un’opera del genere dopo una discreta quantità di tempo, lo si fa col tipico distacco con cui si guarda alla Storia. “Salò” faceva paura e causava indignazione perché rifletteva il punto di vista di un intellettuale sulla società borghese del tempo, che rivedeva una parte di se stessa nel susseguirsi di quelle immagini di depravazione simbolica.

Pasolini, oggi, ha smesso di fare paura? Le sue idee, ormai, vengono guardate con distacco, sentite come appartenenti ad un tempo lontano oppure snaturate. Questo distacco, però, viene meno nel momento del reale confronto con l’opera. “Salò” è ancora un film di grande impatto e la visione su grande schermo non fa che amplificare la profonda sensazione di disagio e orrore che provoca. È proprio questo il grande merito della riedizione.

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Ho rivisto “Salò”, per la prima volta in sala, proprio in occasione della 72esima Mostra di Venezia, circondata da un pubblico vario, di addetti ai lavori e non.  Gente che lo rivedeva per l’ennesima volta e altri per i quali, probabilmente, era la prima: tutti, indistintamente, guardavano le atrocità che passavano sullo schermo, senza la possibilità di difendersi dall’aggressione di tali immagini, immersi in un attonito silenzio. Un’esperienza, mi sono resa conto a posteriori, del tutto affine a quella raccontata da Mario Soldati in un articolo del 1976:

[…] quel pubblico, col suo stesso silenzio, coi suoi sommessi mormorii, e direi coi suoi respiri, sottolineava variamente, ma sempre positivamente, tutto: e l’eleganza, la grazia, l’illuministica geometria dei racconti delle Storiche, recitati come melologhi, con l’accompagnamento al pianoforte di dolcissime melodie romantiche; e le nefandezze ossessive dei Padroni, perpetrate e presentate fino al limite del tollerabile. […] E quando il film finì, un lungo silenzio parve trattenerli sui sedili: si alzarono lentamente, ancora in silenzio, quasi evitando di guardarsi l’un l’altro. Non c’è dubbio, un profondo sgomento, quasi un senso di colpa era in ciascuno, come se ciascuno si chiedesse: «Ma è possibile? Questo, dunque, è il fondo, questo è il mistero della vita?» e si rispondesse, nell’intimo: «Eh sì, è possibile, forse è possibile…» 

(Mario Soldati, America e altri amori. Diari e scritti di viaggio, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2011, originariamente apparso con il titolo Sequestrare «Salò»? in «La Stampa», 30 gennaio 1976).

Quasi tutti tacevano anche alla fine della proiezione di quest’anno. In lontananza, ho sentito vagamente un flebile “Ti è piaciuto?”, rivolto probabilmente a qualcuno che, presumibilmente, l’aveva visto per la prima volta. Non sono riuscita a sentire la risposta, ma non ha importanza: un’opera come “Salò” non è stata fatta per compiacere, ma per turbare, per ammutolire e per portare a una dolorosa, solitaria e silenziosa riflessione personale.

Non sembra esserci alcuna speranza nel film di Pasolini e nel grido «Dio, perché ci hai abbandonati» della ragazza immersa negli escrementi nel finale è racchiuso l’odio palpabile verso il presente storico e il dolore di aver fallito. Una disillusione che probabilmente in molti condividono anche nel presente, ma che nessuno è più in grado – o ha il coraggio – di esprimere con la stessa forza, causando lo stesso sgomento e stimolando nello stesso modo la riflessione.

È quasi come se tutti ci fossimo riconosciuti nei due giovani collaborazionisti che ballano nel finale, sulle note della canzonetta “Son tanto triste”, e che, in un certo senso, incarnavano per Pasolini l’unico modo di sopravvivere, accettando la logica dominante e liberandosi dell’ultimo briciolo di coscienza che era in loro per poter continuare a vivere, nonostante tutto. E come quel pubblico del ’76, anche noi, probabilmente, ci siamo sentiti in colpa.

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