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Rivive al Teatro Nuovo

Dario Fo e Franca Rame tornano a Milano, al Teatro Nuovo, con “Mistero Buffo”, già visto in primavera a Milano con Paolo Rossi al Piccolo Teatro.

Come è noto, “Mistero Buffo” ha quarant’anni ed è uno spettacolo di monologhi ispirato da giullarate e fabliaux del Medioevo, di cui riproduce fedelmente anche il linguaggio.
Ebbe un grande successo e venne replicato in Italia e all’estero centinaia di volte.

I brani proposti sono per lo più classici: l’arcangelo e l’ubriaco che raccontano le Nozze di Cana; la resurrezione di Lazzaro vista dal punto di vista di 17 popolani, accorsi nel camposanto per vedere Iesus, il magone, fare il miracolo; la crocifissione dal punto di vista della Madonna; il racconto di Eva su come ha scoperto la sessualità e, soprattutto, il famoso monologo della vestizione di Bonifacio. Nuovo il monologo, scritto da Fo (“due giorni fa“, ha spiegato la Rame un po’ scocciata alla seconda in scena, per giustificare certe sue insicurezze) di Lenona e la giovane prostituta, in cui la vecchia spiega alla giovane come sedurre gli uomini. Come sempre, Fo alterna agli sketch momenti pedagogici (in cui spiega lo spirito del tempo e le scelte stilistiche) ed altri di ricordo, come quando narra di “quando a Boston un genovese, sentendomi raccontare della vendita da parte dei genovesi dei resti di San Giorgio agli inglesi, si è alzato e ha detto: ‘Non venderemmo anche nostra madre!’ – ‘Se a buon prezzo!’, ho risposto“.

Alcuni riferimenti anche al mondo contemporaneo, a Berlusconi, alla vicenda della Fiat e a papa Benedetto XVI.
Su alcune manie Fo è uguale: chiede al pubblico di sedersi sul palco, perché “è bello sentire la presenza di chi è venuto ad assistere allo spettacolo, come ai vecchi tempi“, e il suo sorriso gli illumina il volto. Cammina avanti e indietro. Che abbia l’età che ha si vede: perde la voce, un po’ si stanca, anche la Rame, fisicamente, non ha una grande grinta. Ma vedere “Mistero Buffo” nella versione originale è in ogni caso incantevole (anche se, bisogna dirlo, Paolo Rossi è praticamente la fotocopia di Fo: ripete ogni suo tic e ciascuna inflessione della voce).
È bello poi come Fo si rapporta al pubblico. Non sembra stia lavorando, che ogni sera porti in sera lo stesso pezzo: sembra improvvisi e che racconti a noi, proprio e solo a noi, di quando ha fatto lo spettacolo a Londra e gli irlandesi si spanciavano, o di quando metteva in scena le prime opere nelle ex fabbriche dismesse.
Il teatro popolare che Fo e Rame riportano in vita ha tante sfaccettature e tante simbologie. È come se ridesse potere e importanza al popolo, a chi colto non è. È onesto in modo schietto, non fa giri di parole. Fa comprendere come gli uomini possono essere puri ed innocenti, e conferisce per questo un grande senso di nostalgia. I due attori, magari su alcune cose un po’ incerti (ma io sono andata al secondo giorno di spettacoli, e inoltre stare in scena due ore e mezza è stancante per tutti, figurarsi per due ottantenni) giganteggiano in scena, e sono allo stesso tempo talmente umani, da non poter evitare di indirizzare verso di loro tutto il nostro affetto.
Fino al 16 gennaio.

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