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Roberta Alloisio: Genovesità

Roberta Alloisio, reduce dalla pubblicazione dell’ultimo album dal titolo “Janua”, si apre al pubblico per svelare la grandezza del suo piccolo mondo.

Ciao Roberta, LoudVision ti dà il benvenuto!
Vorremmo porti alcune domande riguardanti il tuo lavoro, ci auguriamo risponderai volentieri.

Come prima cosa, sappiamo che sei di Genova.
Come ha influenzato la tua scelta artistica la città ligure e perché hai deciso di rimanere legata alla tua terra?

Al di là delle prime esperienze amatoriali, ho avuto la fortuna di debuttare a Milano, e per diversi anni ho lavorato come vocalist addirittura in contesti internazionali, quindi all’inizio non sentivo la ‘genovesità’ come una mia caratteristica peculiare… È stata l’esperienza con il Teatro della Tosse che ha improvvisamente radicato e contestualizzato le cose che sentivo e sapevo da sempre; lavorare ad esempio sui primi paradigmi della letteratura dialettale genovese del 1200 o su brani della tradizione popolare mi ha portato in territori emotivi sconosciuti, e da lì è nata la voglia di continuare a ‘esplorare’.

“Janua”, pur mantenendo l’uso del dialetto come il tuo primo disco,”Lengua Serpentina”, strizza l’occhio alla canzone d’autore, cos’è cambiato in te e nella tua musica tra il tuo primo disco e il secondo? E quanto ha influito l’incontro con Fabio Vernizzi?
‘Lengua Serpentina’ nasceva dalla collaborazione con l’Orchestra Bailam in alcuni spettacoli teatrali, e quindi via libera a temi mediorientali, tempi dispari tipici della musica balcanica, grandi orchestrazioni di Franco Minelli, leader e arrangiatore della band. Sentivo che la loro presenza era fondamentale e che quindi dovevo essere io in qualche modo ad adeguarmi anche ad uno stile che esulava in parte dalla mia vocalità (anche se certe canzoni erano nate già 20 anni prima proprio al Teatro della Tosse).
‘Janua’ arrivava invece dopo un Premio Viarengo come miglior interprete e quindi in qualche modo ho sentito una sorta di autorizzazione ad esprimere una mia visione interpretativa della musica tradizionale. Quando ho incontrato Fabio Vernizzi, pianista e compositore di formazione classica che però lavorava da tempo in ambito etno-jazz con un bellissimo disco all’attivo (‘Maya’), ho pensato che si potesse effettuare questa leggera virata verso il mio mondo: temi larghi, più cantabili, qualche accenno alla musica antica, che io amo molto, e perché no, la canzone d’autore… ma con un escamotage teatrale, nel senso che i due brani che Max Manfredi ha scritto fanno comunque riferimento a leggende e detti popolari.

Domanda doverosa: quando iniziasti a suonare e perché?
Vi fu un evento particolare che innestò l’idea primordiale?

Nasco cantante: il mio approccio con la voce è intimo, suppongo sia tutto quello che non riesco a dire. Da ragazzina era così, vivevo in una famiglia culturalmente molto stimolante ma io ero la più piccola, difficile parlare ed essere ascoltati. Quindi ho cominciato a cantare; poi io sono anche sorda da un orecchio, credo che per me il canto sia ancora oggi una sorta di ninna-nanna interiore, insomma, un modo per uscire dall’isolamento, almeno la mia voce la sento.

Il dialetto costituisce le fondamenta dell’intero ultimo tuo lavoro. Chi ti ha trasmesso la sua conoscenza?

Mia madre ha sempre parlato in dialetto con i suoi genitori e quindi per me il dialetto è legato all’immagine di due donne che parlano, mia madre e mia nonna (peraltro particolarmente ‘genovese’, sembrava un personaggio di Gilberto Govi).
Io non lo parlavo correntemente, e anche adesso devo entrare in una sorta di memoria atavica per riprenderne i ritmi, ma quando accedo a quello spazio esprimo una parte antica di me, a volte la stessa parola in dialetto o in lingua prende sfumature interpretative completamente differenti.

[PAGEBREAK] Come concepisci il suo uso e l’impatto che può avere sull’ascoltatore? Non credi possa risultare in qualche modo élitario e di nicchia? Se sì, ciò è voluto?
Non credo si facciano mai volutamente cose di nicchia, si fanno per come le sentiamo e le pensiamo. Se mai ci si può regalare la libertà di fare cose che piacciono, ma sempre cercando di essere comunicativi. Non amo la visione dell’artista chiuso nella stanza che si dice quanto è bravo.
Un progetto deve comunque essere legato a una verità espressiva mai autoreferenziata, ci deve essere un pubblico felice alla fine dei concerti e ascoltatori non annoiati alla fine di un cd! Io poi ho una particolare passione per la musica leggera, quindi…

Nella tua esperienza da cantante sei entrata in contatto con svariati personaggi della scena musicale e non soltanto.
Vorresti ricordarci qualche nome e la rispettiva occasione d’incontro?

Giorgio Gaber, la perfezione, responsabile di quel debutto milanese di cui parlavo. Lui mi ha insegnato a sorridere, ero una diciassettenne particolarmente selvatica, me lo fece notare con un bigliettino tra i fiori della prima, ‘qualche sorriso in più sarebbe gradito’.
De Andrè l’ho sfiorato, ho avuto l’onore di far parte di quello straordinario evento che fu ‘Faber amico fragile’, avevo il pancione, una signora incinta di otto mesi in mezzo ai big della musica italiana. Quando Celentano sbagliò ‘Guerra di Piero’ pensai che sarebbe successo anche a me; a parer mio, lui ha rappresentato il coraggio della memoria in quello strepitoso lavoro che è stato ‘Creuza de Ma’.
Rammento Emanuele Luzzati, grande scenografo conosciuto al Teatro della Tosse, vederlo lavorare era un onore: il trionfo della semplicità, la libertà della fantasia. Uno strano bambino attempato che era arte pura, nessuna malizia, mai.
Dovrei citarne molti perché è chiaro che tutti ti regalano pezzi in questa nostra strana avventura, ma mi piace chiudere con Don Gallo, conosciuto da bambina, il coraggio del cuore. Un cuore sempre aperto al servizio di una meravigliosa e furibonda coscienza civile.

Nel 2011 si festeggia il centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Personalmente, tu pensi che il nostro paese sia effettivamente compatto, aldilà dei particolarismi linguistici di cui tu stessa sei testimone? Spiegaci.

Quello che mi ha colpito di queste celebrazioni è stato realizzare che questa Italia è stata fatta dal sangue di quelli che spesso erano ragazzi. Un paese vecchio nato dal sogno di tanti giovanissimi, questo non può mai essere un dettaglio. Anche per la Resistenza è stato così, siamo figli delle idee e del coraggio di quelli che ci hanno preceduto, è comunque un dono, e al di là della retorica cantare con la banda ‘stringiamoci a coorte siam pronti alla morte, siam pronti alla morte l’Italia chiamò’ nelle parole di un ventenne che davvero è poi morto è stato da brivido.

Se potessi tornare indietro nel tempo, in quale epoca vorresti vivere e per quale motivo?
Mettiamo che tale possibilità si sia realmente verificata: quale oggetto del ventunesimo secolo avresti portato con te?

Aiuto! Così d’istinto ho pensato al phon, però mi pare un’idiozia; riguardo all’epoca, io sono così radicata in quel che vivo che difficilmente sono attratta dal passato o dal futuro. Sono una convinta fanatica della coscienza di quel che si è dentro, perciò dentro con le mazze o con le astronavi è pur sempre dentro.

Grazie per l’attenzione e in bocca al lupo per il futuro!

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