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Roberto Angelini: L’ottimismo del tramonto: da Solo in Live

Roberto Angelini ritorna sulla scena con un DVD dal titolo “SoloLive”, concerto registrato nel 2009 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. L’artista appare cresciuto, irriconoscibile a coloro che lo ricordano in “Gattomatto”, e presenta uno stile acustico che cattura l’attenzione. Ci siamo fatti due chiacchiere per capire il Roberto di oggi…

La tua musica sembra sfuggire alle strutture solite e si discosta dai vincoli stilistici classici. Come descriveresti il percorso artistico dei tuoi album?
Eh, è una bella domanda… diciamo che sin dagli esordi sentivo la voglia di fare musica e di incidere dei dischi, poi è subentrata la consapevolezza di poterlo fare e nei dischi successivi c’è la necessità di cercare continuamente degli stimoli, di mantenere vivi gli interessi anche quando si comincia a crescere e capire che si possono cambiare delle cose nella vita, come diventare genitore, pur mantenendo la continuità con gli stimoli.

Credi che sia questo il modo migliore per crescere dal punto di vista artistico?
Cerco sempre di imparare a suonare uno strumento nuovo all’anno in maniera tale da essere sempre stimolato e credo che il modo migliore per crescere artisticamente sia crescere umanamente: le cose per me sono strettamente legate quindi viaggiare, leggere, informarsi, arrabbiarsi, innamorarsi, fa tutto parte anche di una crescita artistica.

Ti piacerebbe produrre?
Non l’ho mai fatto veramente anche se mi capitò qualcosa anni fa: produssi solo un pezzo di una ragazzina giovane e talentuosa che poi qualche anno più tardi vinse X-Factor, si chiama Nathalie. Non so quanti CD e cose interessanti mi hanno dato nella vita ma non ho mai fatto produzione. Adesso qualcosa è cambiato: ho conosciuto una persona che mi ha stimolato molto e mi voglio avventurare nella produzione artistica e non solo, anche manageriale e pubblicitaria.

Come mai l’uso delle figure in plastilina per veicolare le tue canzoni? Cos’ha di affascinante questo materiale?
Mah guarda io sono nato con la plastilina, sono cresciuto giocando con il pongo e facevo cose particolari da bambino. Quando ho cominciato a fare musica ho pensato che fosse interessante avere una linea artistica anche sulla parte visiva del progetto, ovvero per quel riguarda le copertine, i video e altro. Il pongo è parte di me da sempre: chi mi conosce sa che in frigo tengo teste di pongo quindi per me è stato molto naturale collegare le due cose.

Sei un ottimista e insegui i sogni con passione e fino alla follia. Alla luce dei tuoi 36 anni credi che sia il modo migliore per vivere la vita?
Questa è una vita meravigliosa, lo sottoscrivo, soprattutto in questo momento alla fine di un’estate bellissima. Penso che vivere del proprio sogno, vivere di quello che sognavi da piccolo sia una fortuna incredibile. Auguro a tutti di riuscirci. Parlo di follia perché comunque devi essere pazzo per farlo: ci sono dei momenti in cui tutti ti dicono “Ma che sei pazzo?” e se tu sei abbastanza pazzo poi un giorno dici “Sai cos’è? Io sono 15 anni che vivo senza sentire il peso del lavoro, perché è qualcosa che amo e secondo me è un canto alla felicità.

Felicità che definisci fragile, anzi, fragilissima?
Diciamo che è importante essere felici, come anche avere un karma positivo, che ti aiuta ad esempio nel trovare il parcheggio sotto casa. Poi chiaramente c’è la consapevolezza che la felicità sia fragile: quella secondo me ce l’abbiamo tutti, perché la felicità si sa che è un attimo. A volte succede che ti rendi conto di essere stato felice dopo: è difficile godere della felicità nell’istante in cui ce l’hai, è sempre più luminosa vista da lontano, questo è un po’ il senso della canzone. Ma questa è solo una considerazione e se ne possono fare tante sulla felicità.

Dici che il tramonto è il momento migliore per scrivere e creare, la notte porta silenzio, tranquillità: non hai paura di essere associato ad un esistenzialismo che contrasterebbe col tuo carattere che dici essere ottimista?
A parte che la contraddizione è in me e poi sai, sono e vorrei essere un ottimista. Poi è chiaro che il momento in cui scrivo musica è un momento in cui si coglie il mondo delle armonie, delle parole. È una specie di viaggio all’interno di me, dove sono assolutamente esistenzialista. Vado alla ricerca delle cose, tutto ciò fa un po’ di analisi: la musica serve anche per questo! A volte mi dicevano “Ma come, ridi sempre, sei sempre contento e poi scrivi questi pezzi malinconici?”, ho risposto “Ragazzi, le due cose possono convivere benissimo perché se uno si ferma all’apparenza che per forza quello cupo scrive pezzi cupi, quello con le scarpe da ginnastica fa rap siamo finiti!”. La contraddizione serve a farci sentire speciali e personalmente sono molto, ma molto più disturbato di quanto faccio vedere al pubblico!

Nick Drake, un nome associato spesso alla tua musica e a cui hai dedicato un disco tributo. Il suo utilizzo di accordature alternative, dei suoi arpeggi mai ripetuti e sempre originali come ti ha influenzato?
Ho conosciuto Nick Drake, anzi mi hanno fatto conoscere la musica di Nick Drake nel 2000, circa una decina di anni fa, e sono impazzito perché in quel periodo mi piaceva da morire scrivere le canzoni arpeggiando, scordando la chitarra e muovendomi in questo senso. Quando ho sentito Drake è come se avessi sentito il mio padre spirituale, è come se avessi scoperto uno che aveva fatto delle cose meravigliose molti anni prima di me e a quel punto mi è venuto spontaneo studiarmi i suoi pezzi, anche perché tecnicamente parlando sono ricchi di stimoli in quanto suona in un modo molto particolare.

Lo hai portato a spasso per l’Italia…
Le sue canzoni sono talmente belle che è servito a me per primo suonare i suoi pezzi. Poi mi è capitato anche di riproporle in giro, di partecipare a tante cose dedicate a lui in l’Italia e non solo ma questo è venuto dopo e non era mia intenzione associarmi al suo nome. Avevo bisogno di farlo, di studiarlo, perché come ho detto sperimentare è uno dei punti importanti che servono a crescere artisticamente.

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Cosa ci dici invece di Chet Baker? Le tue biografie raccontano che da piccolo hai avuto dei contatti con lui, o meglio, te lo vedevi girare intorno grazie a tuo nonno…
Sì, mio nonno l’ospitava a casa spesso ma era soprattutto il mio patrigno a suonare con lui. Erano davvero molto uniti: è una bella storia della mia vita ma purtroppo ho un ricordo per così dire fotografico. Ricordo i racconti dei miei genitori perché ero piccolo, avrò avuto non più di 5 anni, che mi dicevano che guardavamo i cartoni insieme! Avrei voluto avere una decina d’anni di più per riuscire a percepire e a capire quello che faceva… mi rimarrà sempre un bel ricordo d’infanzia, sì sono stato fortunato.

Non hai l’impressione che lo stile acustico sia poco apprezzato tra la gente “comune”, più abituata ad altri sound del panorama musicale contemporaneo?
Sì, in realtà però la musica commerciale si rivolge verso altre persone. Passa attraverso la radio, la televisione e viene ascoltata sul cellulare, però credo che se si ha una caratteristica ben definita il mondo è pieno di persone che possono amare dei suoni acustici particolari. Magari si farà sempre fatica a sentire questo genere per radio ma quelle sono scelte e non è detto che se uno non passa in radio non abbia una vita molto felice. Così come chi passa in radio non suona mai dal vivo!

E la tua esperienza da questo punto di vista?
Ci sono stati nella mia vita un paio d’anni in cui suonavo pochissimo dal vivo, devo dire che oggi sono molto più felice di andare poco per radio e di esibirmi live! Insomma è questo quello che sognavo da ragazzino: la vita del musicista è una vita in cui vai in un locale a suonare, ed è quello che io desidero fare nella vita, non mi interessa stare a casa davanti la tv e aspettare di passare in radio. La qualità della mia vita deve andare sempre dalla parte della musica.

Com’è stato suonare all’Auditorium di Roma, spettacolo che è diventato poi il tuo primo DVD, SoloLive?
Affascinante! L’esperienza è stata bella perché l’Auditorium è un posto molto istituzionale e ci si suonano cose che sono già concretizzate, non è un posto dove le cose nascono ma un posto dove le cose passano. Ho creato questo progetto per spazi che poco hanno a che fare con l’Auditorium e quando poi ci sono capitato è stato un momento molto bello: ho deciso così di farmi riprendere e registrare per stamparlo su un DVD.

Ti sei sentito a tuo agio?

È stato perfetto per me perché se potessi girare per teatri e auditorium a fare questo spettacolo con la gente seduta come se fosse uno spettacolo di musica classica o come in un cinema sarei soddisfatto. È il mio obiettivo lavorare in questo senso: porto in scena questo spettacolo da un anno e mezzo e tre giorni fa da una rete di organizzazioni che si chiama KeepOn (che ogni anno prepara delle votazioni dei club e dei locali d’Italia) ha premiato il concerto dell’anno. Ho vinto con “SoloLive” e mi auguro davvero di poter andare a suonare e far avvicinare più pubblico possibile da adesso in poi a queste perfomance, nei posti in cui anche la proiezione ha la sua giusta collocazione e crea uno spettacolo molto particolare. Che sia in un localetto, in un festival, in un auditorium, sogno solo di poterlo portare in tutta Italia.

Come ti vedi tra 10 anni? Credi che sarai ancora in Italia?
Questo sinceramente non lo so, non mi proietto mai troppo in avanti ma mi piace darmi degli obiettivi: però tra 10 anni non saprei… una delle cose che vorrei fare nel prossimo futuro è andare un po’ fuori ad imparare, ad ascoltare, a suonare: New York, Londra, Parigi, sono posti in cui sono già stato, sono occasioni per sperimentare per un lasso di tempo di qualche mese. Sì, mi vedo come artista anche fuori, ho delle velleità apprezzabili all’estero ma è chiaro che potrei approcciarmi solo come musicista, laddove il linguaggio della musica è universale. In Italia mi presento come cantautore, scrivo in italiano, e non mi sento di realizzare progetti in lingua straniera non avendo molta padronanza dell’inglese o del francese. Come musicista posso andare dappertutto e mi auguro di farlo!

In bocca al lupo allora!

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