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Il cinefilo si approccia sempre con malcelato preconcetto nei confronti dei reboot, attitudine giustificata dall’esiguo numero di rifacimenti davvero riusciti. Se però c’era un franchise che si prestava ad un’opera di ammodernamento visivo e di contenuti quello era “RoboCop“, un classico poliziesco-fantascientifico ancora acutissimo nel suo cinico riflettere sul capitalismo, invecchiato ai limiti del ridicolo sotto il profilo degli effetti speciali.

Persino il semplicismo produttivo di mettere dietro la macchina da presa di quello che è un film fondato sugli stilemi del poliziesco un regista straniero diventato famoso proprio con due film sui poliziotti più duri di Rio, José “Tropa de elite” Padilha, poteva rivelarsi una mossa vincente. Joel Kinnaman sembrava una buona scelta per Alex Murphy, specie se affiancato da Gary Oldman, Michael Keaton, Jackie Earle Haley, Samuel L. Jackson e Abbie Cornish. Cosa poteva andare storto?

Quasi tutto. Perché investire soldi in un cast di livello, effetti speciali consoni all’impresa e procurarsi un regista abilissimo nel genere se poi affidi la sceneggiatura al primo che passa, tale Joshua Zetumer, uno che all’attivo non ha niente, perché? Come puoi mettere nelle mani di uno che fa dire a degli aspiranti kamikaze iraniani coi robot americani per le strade «mi raccomando, fatevi esplodere ma non uccidete nessuno!» il rifacimento di una pellicola che sapeva unire uno spiccato senso per la violenza da braccio duro della legge a un cinismo irresistibile con un ritratto disumano del capitalismo corporativo?
Forse pensavano che sarebbe bastata una riverniciata in nero all’armatura per coprire il vuoto cosmico di contenuti.

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