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Rock senza confini

Doveva essere a Capannelle, ma inizia all’Atlantico il Rock in Roma con gli Afghan Whigs e gli Afterhours ad aprire la manifestazione musicale estiva. Le persone non si sono certo lasciate spaventare dallo stare al chiuso in una calda serata di giugno e sono accorse numerose ad assistere al doppio concerto.

Ad aprire la serata The Afghan Whigs con “Crime Scene Part One” del disco “Black Love” del 1996, precedente allo scioglimento della band avvenuto nel 2001. The Afghan Whigs suonano nella loro ora abbondante di concerto, come se non fossero mai passati più di venticinque anni dalla loro nascita, ma purtroppo l’acustica del posto insieme probabilmente a un settaggio del palco tarato più sugli Afterhours che su loro, non consente a chi sta sotto il palco di godersi pienamente i pezzi in scaletta. Il pubblico, tuttavia, non è sembrato intimorito né da questo né dalla lingua inglese, spesso considerata a torto uno scoglio insormontabile, e ha cantato con Greg Dulli fino a “Miles Iz Ded”, quando è giunto per loro il momento di lasciare il palco alla band milanese.

Dopo una pausa, ecco finalmente gli Afterhours sul palco per la prima data del loro tour: si inizia subito con “Metamorfosi”, tratto dal loro ultimo lavoro, “Padania”, per poi fare un salto nel passato con “La Verità Che Ricordavo” e “Male Di Miele” e tornare al presente con “Costruire Per Distruggere”.

La scaletta alterna bene i nuovi brani tratti da “Padania”, poco cantabili dai presenti, con i vecchi sui quali il pubblico può cantare a squarciagola. A differenza dell’apertura degli Afghan Whigs, l’acustica è fin troppo buona per quello che Manuel Agnelli, nel dare il benvenuto al pubblico, definisce “un posto di merda”.

Nel corso del concerto emerge sia il lato umano del gruppo, con la dedica di tutto lo show a Gerardo Panno, giornalista deceduto pochi giorni prima, che quello più impegnato quando Manuel, riprendendo le parole di Borsellino sull’importanza della cultura, invita i suoi fan a sostenere i luoghi dove questa viene promossa, dal Teatro Coppola di Catania al Teatro Valle e all’Angelo Mai di Roma.

Agnelli coccola il suo pubblico ringraziando alla fine di quasi ogni pezzo e tornando ben tre volte sul palco per il bis; i suoi fan ricambiano non fermandosi un attimo e cantando anche qualche strofa delle non facili canzoni di “Padania”, per poi duettare con Manuel su “Il Paese È Reale”.

Alle Olimpiadi non c’è ancora la specialità “concerto rock” ed è un peccato perché gli Afterhours col loro pubblico avrebbero potuto vincerla: dal palco si è liberata energia sottoforma di note che è arrivata forte fino alle ultime file, dove, al contrario di ciò che accade spesso ai concerti, le persone hanno cantato a squarciagola e ballato esattamente come i più vicini al palco. Dimostrazione che il Rock, quello vero e genuino, pulsa nel sangue a qualunque distanza.

The Afghan Whigs:

“Crime Scene Part One”
“I’m Her Slave”
“Uptown Again”
“Fountain and Fairfax”
“Going to Town”
“When We Two Parted / Dead Body”
“Gentlemen”
“Crazy”
“My Enemy”
“See and Don’t See”
“Lovecrimes”
“66”
“Debonair”
“Miles Iz Ded”

Afterhours:

“Metamorfosi”
“La Verità Che Ricordavo”
“Male Di Miele”
“Costruire Per Distruggere”
“Spreca Una Vita”
“Padania”
“Ci Sarà Una Bella Luce”
“Ballata Per La Mia Piccola Iena”
“È Solo Febbre”
“Bungee Jumping”
“Il Paese È Reale”
“Sulle Labbra”
“Nostro Anche Se Ci Fa Male”
“Io So Chi Sono”
“La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo”

Bis:
“Tutto Fa Un Po’ Male”
“La Vedova Bianca”
“Bye Bye Bombay”

Secondo Bis:
“Pelle”
“Quello Che Non C’è”
“Posso Avere Il Tuo Deserto?”

Terzo Bis:
“Voglio Una Pelle Spledida”

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