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  • Rogue One: A Star Wars Story

    Diretto da Gareth Edwards

    Data di uscita: 15-12-2016

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Le Star Wars nate dalla mente di George Lucas sono tornate al cinema già l’anno scorso con “Il Risveglio della Forza”, Episodio VII della saga e primo di una nuova trilogia che si colloca cronologicamente come sequel di quella originale. Gli Episodi VIII e IX arriveranno rispettivamente nel 2017 e nel 2019, ma la serrata tabella di marcia delle redivive Guerre Stellari non ammette buchi o pause: nasce quindi la Star Wars Anthology, una nuova serie di spin-off autoconclusivi inaugurata da “Rogue One” di Gareth Edwards (“Godzilla“, “Monsters”), da oggi nelle sale.

Ricordate il testo scorrevole che apriva il primo “Star Wars” (poi ribattezzato “Una nuova speranza”) nel 1977? “È un periodo di guerra civile – si leggeva nel cosiddetto crawl giallo su fondo nero – Navi spaziali ribelli, colpendo da una base segreta, hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio Impero Galattico. Durante la battaglia, spie ribelli sono riuscite a rubare i piani segreti dell’arma decisiva dell’Impero, la Morte Nera, una stazione spaziale corazzata di tale potenza da poter distruggere un intero pianeta”.

Ecco, “Rogue One” – l’idea è venuta a John Knoll, supervisore degli effettivi visivi alla Industrial Light & Magic – racconta proprio la storia di quelle rebel spies dando loro una faccia e un nome, e salvandole così dall’oblio galattico che finora le aveva relegate nell’antefatto.

Coerentemente, “Rogue One” è un film corale, anche se il cuore del racconto risiede nella Jyn Erso (assonanza con Jane Eyre?) di Felicity Jones, giovane ribelle riluttante e rabbiosa che si porta dietro un’eredità familiare dolorosa e significativa. E pure nella composizione del cast si nota un’attenzione particolare alla pluralità di volti e voci (in versione doppiata purtroppo possiamo solo immaginarle): a fianco della britannica Jones troviamo infatti il messicano Diego Luna, l’australiano Ben Mendelsohn, l’honkongese Donnie Yen, il danese Mads Mikkelsen, l’inglese di origine pakistana Riz Ahmed e l’americano Forest Whitaker.

Rispetto ai film della saga principale, “Rogue One” soffre un po’ della propria collocazione defilata: manca l’adesione immediata nei confronti dei personaggi (Rey, la protagonista di “Il Risveglio della Forza”, è un personaggio in larga parte ancora avvolto nel mistero, ma ci siamo istintivamente affezionati molto di più a lei rispetto a Jyn), che non avremo neanche occasione di conoscere meglio – o almeno non a breve, più in là potrebbe sempre spuntare uno spin-off dello spin-off; manca la prospettiva epica di una narrazione d’ampio respiro (quella di “Rogue One” è una piccola storia, e sappiamo già come va a finire); manca, e non è cosa da poco, la musica di John Williams, la cui inesauribile potenza creativa non può essere eguagliata dal pur bravo Michael Giacchino.

Eppure, o forse proprio per questo, “Rogue One” fa il suo dovere: una space opera che è inanzitutto un film di guerra e spionaggio, dove le spade laser hanno poche occasioni di svolazzare, e i combattenti non possono contare sulla Forza ma su più prosaiche armi da fuoco. Si potrebbe mettere in discussione l’effettiva necessità di portare al cinema la Star Wars Anthology, ma se accettiamo di sottoporci a questi spin-off (tra due anni ne avremo tutto dedicato al giovane Han Solo), allora “Rogue One” è un buon inizio, non perfetto (la sceneggiatura di Chris Weitz e Tony Gilroy è piuttosto sbilanciata a favore del finale) ma onesto.

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Contro

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