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  • Roine Stolt: Wall Street Voodoo

    Roine Stolt

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Voodoo progressive

Roine Stolt, prima di essere il mastermind degli svedesi The Flower Kings, membro attivo di Tangent, Transatlantic (ormai nel freeezer) e degli ottimi e neo-riuniti Kaipa, è innanzitutto uno stacanovista. Sì, insomma, un grande appassionato della musica e del suo lavoro, ben disposto a scrivere sempre nuovo materiale e in grado di svilupparlo al meglio, fino ad arrivare alla pubblicazione di dischi che, per un motivo o per l’altro, riescono sempre a destare l’interesse dell’ascoltatore. Cosa non facile, vista la frequenza di pubblicazioni dello stesso artista: “Wall Street Voodoo” è infatti la quinta opera solista di Stolt, che segue a distanza di poco più di un anno la pubblicazione di “Adam & Eve” dei The Flower Kings, e solo cinque mesi dalla release di “Mindrevolutions”, ultima opera dei Kaipa. L’abbiamo detto, a Roine non piace rimanere con le mani in mano.
Probabilmente non lo alletta granché nemmeno l’idea di scrivere e pubblicare sempre la stessa musica, perché su “Wall Street Voodoo” non si troveranno le forme e strutture ormai a grandi linee cristallizzate del prog rock che il Nostro chitarrista è solito proporre con la sua band principale. Avremo invece a che fare con uno stile che scava una sua via (non stiamo quindi parlando di semplice riproposizione di cliché già noti) attraverso il rock blues degli anni ’60 e ’70, non disdegnando reminiscenze e rinvii ad ambientazioni maggiormente progressive o vicine a contesti jazzati: si sono cercate di recuperare le principali influenze e ambientazioni sonore che costituiscono il bagaglio formativo del protagonista di questo disco. Quelle stesse influenze, che siano i Beatles, Jimi Hendrix, i Procul Harum o i Cream, che stanno alla base della carriera quasi trentennale di Stolt ma che solo stavolta vengono presentate chiaramente e, in qualche modo, celebrate.
Il risultato complessivo si fa apprezzare nonostante una lunghezza forse eccessiva che appesantisce un po’ la fruibilità complessiva dell’opera, così come apprezzabili sono anche i momenti in cui Stolt si concede il giusto spazio per dare sfogo al proprio talento chitarristico, sempre molto elegante e denso di feeling: si vanno quasi a cercare i momenti in cui Roine si concede assoli più lunghi del solito, ma lui, nonostante sia in possesso di capacità notevoli (si parla di risultato complessivo e generale, più che di rapporto “note suonate/secondo”), non concepisce le canzoni come scuse per un nuovo assolo di chitarra.
A fare compagnia al chitarrista svedese, in quest’occasione, un vecchio compagno dell’avventura transatlantica come Neil Morse, il nuovo batterista dei The Flower Kings, Marcus Liliequist, e tre personaggi, celati da pseudonimi bizzarri, utilizzati perché non è stato loro concesso di comparire con i propri nomi reali per ragioni legali (esclusive dell’etichetta discografica e robe del genere). “Wall Street Voodoo” è un acquisto obbligato per tutti gli ammiratori di Roine Stolt, mentre per tutti gli altri potrà essere una buona scusa per iniziare a farne conoscenza. Peccato solo per l’eccessiva prolissità

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