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Rolando Ravello racconta il suo esordio alla regia

Cosa succede se un giorno, rientrando a casa per festeggiare con i parenti la prima comunione di tuo figlio, la trovi occupata da uno sconosciuto che nel frattempo ha anche cambiato serratura? E se non hai nemmeno un contratto d’affitto regolare perché «questi appartamenti sono stati assegnati negli anni 70» e ormai chissà a chi appartengono davvero? Che fare? Come sopravvivere?

Se lo domanda, con disperazione ma sostenuto da una vivacissima arte d’arrangiarsi, il mite Agostino di Rolando Ravello che di “Tutti contro tutti” – nelle sale dal 28 febbraio in 250 copie – è non solo protagonista ma, per la prima volta dopo una lunga carriera d’attore, anche regista e co-sceneggiatore al fianco di Massimiliano Bruno.

L’esordio dietro la macchina da presa è arrivato per Ravello alla fine di un lungo percorso, come ultima tappa naturale di un progetto nato quasi sette anni fa, «quando il vero Agostino, alla cui storia ci siamo ispirati, mi ha telefonato piangendo per dirmi che gli avevano rubato la casa. Per lui la vicenda si è risolta in maniera più semplice e rapida ma da lì Massimiliano Bruno ed io abbiamo cominciato a ragionarci su e a chiederci cosa sarebbe potuto succedere se il nostro Agostino non fosse riuscito a riprendere subito possesso del proprio appartamento. Quali soluzioni avrebbe escogitato? Inizialmente abbiamo scritto un soggetto che Serena Dandini ci consigliò di trasformare in monologo. Ho fatto la prima lettura in occasione di un festival a Caserta, dopo una velocissima riscrittura a bordo di un pullmino insieme a Daniele Silvestri che mi ha aiutato ad incastrare la musica su quel testo. Poi è arrivato lo spettacolo teatrale vero e proprio (qui e qui due video, ndr.) e infine abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, la sceneggiatura per un film».
[PAGEBREAK] La scritttura e la regia di “Tutti contro tutti” ponevano alcune sfide non facili perché, come spiega Ravello, «era necessario mantenerci sul confine sottile tra la fiaba urbana e un neorealismo che andava comunque affrontato con sincerità».
Per quanto riguarda la definizione di questo tono fiabesco, spiega Ravello, «ai miei collaboratori – da Alessandro Mannarino per la musica a Alessandro Vannucci per la scenografia – ho chiesto di lavorare per dare al pubblico l’impressione che tutto il film fosse ambientato sotto il tendone di un circo. Viceversa, sapendo che avrei forzato il tono della fotografia e dei colori portandoli un po’ sul grottesco, dagli attori ho voluto una recitazione molto precisa e controllata».

Come regista Ravello compie poche scelte ragionate: non mostra mai la casa, causa scatenante del conflitto, per intero ma solo attraverso i piccoli frammenti di intimità domestica nella prima sequenza. E nei momenti più drammatici e realistici, soprattutto quello del fuoco appiccato al campo rom, dimostra di conoscere i propri limiti («mi sono documentato su youtube», ammette senza avere pretese documentaristiche) e si mantiene sobrio. Una sobrietà che resta, fortunatamente, anche quando la scrittura cede un po’ all’emotività facile e all’approccio superficiale nei confronti degli argomenti, comunque gravi e veri, che vengono raccontati.

“Tutti contro tutti” segna la prima collaborazione tra Fandango e Warner, «la prossima sarà quella per il il nuovo film di Giovanni Veronesi», spiega Domenico Procacci, molto contento di sostenere Ravello con la sua casa di produzione. «È sempre più difficile fare film che non siano commedie — riflette Procacci — così per me è importante almeno usare la chiave della commedia per trattare temi difficili e urgenti raggiungendo un pubblico più vasto». Le case occupate erano infatti già state al centro, con meno risonanza, del documentario “Via Volonté numero 9″, realizzato nel 2009 proprio da Fandango con la regia di Lorenzo Scurati e l’indispensabile contributo dello stesso Ravello.

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