Home > Recensioni > Io rom romantica

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Perfettamente in accordo con il tema della 44esima edizione del Giffoni Film FestivalBe Different, è stato presentato in anteprima il lungometraggio d’esordio della regista venticinquenne di origini rom Laura Halilovic, con la partecipazione nel cast di Marco Bocci (lo ricorderete nel ruolo del commissario Scialoja nella serie “Romanzo Criminale”).

Gioia è una ragazza rom che vive nella periferia di Torino. È una ragazza spigliata ed indipendente, che non vuole conformarsi alle usanze imposta dalla famiglia e in particolare dal padre Armando, che vuole vederla sposata al più presto e che non sopporta che vesta, parli e si comporti come una “gagè” (non rom). Gioia si ritrova doppiamente emarginata: sia dai gagè, che continuano a considerarla soltanto come un’altra zingarella, sia dalla comunità rom che è infastidita dal suo modo di comportarsi. L’unico obiettivo di Gioia è essere libera di compiere le proprie scelte.

La sua vita cambierà grazie all’amicizia con Alessandro, meccanico giramondo, che la introdurrà (tramite la conoscenza di uno sfigatissimo documentarista) nel mondo del cinema, e lei ne rimarrà totalmente incantata. A questo punto Gioia ha fatto la sua scelta: vuole diventare regista, e farà di tutto per coronare questo sogno!

La vicenda narrata in “Io rom romantica” ha ovviamente molti spunti autobiografici, e ci fa estremo piacere che la giovane Halilovic ce l’abbia fatta, è una storia che fa ben sperare. La tematica è giusta, di scottante attualità e raccontata da un punto di vista inedito, lo sforzo produttivo è dei migliori… ma il risultato finale?

Rammarica constatare che la pellicola non funziona granché. Si gioca in maniera troppo semplicistica su stereotipi e cliché, i dialoghi sono didascalici e manichei e a tratti la recitazione è davvero un po’ troppo al di sotto della media (l’amica del cuore di Gioia è, francamente, inascoltabile). Marco Bocci poi, ha un ruolo quasi inutile, che rende palese quanto la produzione avesse bisogno di infilare forzatamente un nome di richiamo (Bocci nei panni del meccanico è credibile quanto Bombolo che interpreta un lord inglese, e si raggiungono apici di ridicolo quando sfoggia il petto nudo in officina, senza neanche una macchia addosso).

A concludere il quadro, la solita, maledetta voce fuori campo che spiega ogni svolta della storia, rendendo il tutto ancora più ridondante e televisivo.

Eppure, c’è qualcosa da salvare: è comunque interessante ed educativo acquisire il punto di vista di una comunità che noi tendiamo troppo spesso e superficialmente a bistrattare e a trattare con sufficienza. Per loro, quelli strani e da cui stare alla larga, siamo noi, e il personaggio di Gioia rappresenta un bel ponte gettato per un’integrazione difficile ma non impossibile, come tenta di suggerirci il film di Laura Halilovic.

Molto divertenti poi i momenti in cui esce fuori la passione per il cinema, con Woody Allen come nume tutelare (Manhattan commentato da una famiglia rom come una telenovela qualsiasi, è una scena efficace ed esilarante.)

Insomma, Prendete “Sognando Beckham”, sostituite la comunità indiana con quella rom, il calcio con il cinema, Woody Allen a Beckham, aggiungete una spruzzata di “Il mio grosso grasso matrimonio grec”o, e la ricetta per “Io rom romantica” è bella e pronta.

Pro

Contro

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