Home > Recensioni > Roma 2015 — Angry Indian Goddessess

Il divertentissimo prologo di “Angry Indian Goddessess” mette subito in chiaro di cosa il film si andrà a occupare: donne stufe di fare da accessorio a un mondo di uomini.

Sette donne indiane che nel prologo sembrano distanti l’una dell’altra le ritroviamo insieme nel villino di una di loro per il matrimonio di quest’ultima. Lo sposo però non ci è dato conoscerlo. Le sette sono in realtà vecchie amiche (alcune persino nemiche), e ognuna di loro porta il proprio peso sulle spalle, che uno alla volta conosceremo. Il giorno del matrimonio (segreto perché illegale in India) si avvicina, ma l’oppressione maschilista si fa presto risentire, e in maniera tragica.

Un paio di colpi di scena nel terzo atto ci impediscono di discutere nel dettaglio le ragioni per cui questo film spassoso e brillante sul finale prende una sbandata micidiale e diventa qualcosa di completamente diverso. Cambia registro, anzi cambia proprio genere, da commedia a film drammatico. E la parte drammatica sembra tanto abbozzata che la sproporzione con la parte commedia spezza l’incantesimo e non permette nemmeno quelle riflessioni sulla società indiana, e in generale di quei popoli ancora tradizionalisti e religiosi, che pure erano nelle intenzioni del regista. La violenza denunciata era più chiara e efficace nelle parole e nei sottintesi che la sdrammatizzano e sbeffeggiano nella parte iniziale del film, che non nell’esplicita escalation del finale.

Ma se vogliamo fare la tara a questa brusca decisione degli autori del film, l’esperienza è sempre emotivamente coinvolgente e lineare, tanto che si può sperare in una distribuzione italiana (il regista, Pan Nalin, è quello di “Samsara”, 2001, co-produzione italiana della Fandango di Domenico Procacci).

Pro

Contro

Scroll To Top