Home > Recensioni > Roma 2015 – Era d’estate

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La serata di preapertura della decima edizione della Festa/Festival del Cinema di Roma è affidata al ritorno, dopo lunga assenza, alla regia di un lungometraggio di finzione di Fiorella Infascelli, già aiuto regista di celebri autori come Pasolini (Salò) ed entrambi i fratelli Bertolucci (Berlinguer ti voglio bene e La tragedia di un uomo ridicolo). E il tema trattato è di quelli importanti: i mesi d’isolamento all’Asinara di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e rispettive famiglie pochi mesi prima del maxiprocesso intentato a Cosa Nostra, il loro allontanamento da Palermo in quei giorni cruciali per motivi di sicurezza. La Infascelli cerca disperatamente, attraverso lo stile di ripresa e le continue ellissi narrative, di distaccarsi dal genere “biopic televisivo” tanto in auge nelle fiction di mamma Rai (che qui coproduce e distribuisce) ma, complice anche la presenza di Beppe Fiorello, volto ormai completamente assimilato ai suoi innumerevoli ruoli seriali, non ci riesce del tutto.

Nell’estate del 1985, in seguito a una minaccia intercettata dai Carabinieri dell’Ucciardone, Giovanni Falcone (Massimo Popolizio) e Paolo Borsellino (Beppe Fiorello) furono trasferiti all’improvviso, di notte, insieme alle loro famiglie, sull’isola dell’Asinara, all’epoca sede del carcere di massima sicurezza. A tre mesi dall’inizio del maxi-processo di Palermo, i due magistrati si ritrovarono a condividere una singolare vacanza forzata che naturalmente segnò tutti, a iniziare dalla figlia più grande di Borsellino, Lucia (Elvira Camarrone), che si ritrovò in preda a un inizio di anoressia.

Stenta a trovare una chiave registica univoca Fiorella Infascelli, che vaga con la sua macchina da presa per tutta la prima mezz’ora tra primi piani e campi medi sul mare solcato dalle imbarcazioni delle forze dell’ordine, all’erta 24 ore su 24. Poi però, pian piano, si posiziona tra i corridoi della foresteria del carcere dell’Asinara (i veri luoghi della “detenzione” forzata dei due giudici) e riesce a scovare brani di umanità, offrendo un ritratto di Falcone e Borsellino concentrato sul privato, sulla disabitudine alla vacanza, sulle complicate esistenze dei tre figli di Borsellino, pedine inconsapevoli di un gioco gigantesco. Il film doveva concentrarsi su di loro, sulle loro capacità di adattamento, invece di cercare di replicare una quotidianità difficile da rappresentare senza seguire paritariamente tutti i personaggi in campo, invece di renderci “simpatiche” le due icone, affidando delle battutacce da caserma a Falcone, che bonariamente le definisce “freddure”. Il problema è proprio quello che, sulla carta, doveva essere il punto di forza: gli attori protagonisti. La recitazione teatrale e declamatoria di Popolizio mal si sposa con quella di Fiorello, e i due sembrano sempre attori durante una performance, non scompaiono mai dietro i personaggi.

La sequenza dei fatti è molto vicina alla realtà, mentre tutti i dialoghi sono ovviamente invenzioni di sceneggiatura. Il film apre comunque, anche inconsapevolmente forse, inquietanti spiragli. Uno su tutti: se lo Stato può proteggerti in questo modo quando è totalmente dalla tua parte, cosa pensare di quello che è successo dopo? Incompetenza, lassismo 0, forse, parziale complicità?

Pro

Contro

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